il network

Domenica 24 Marzo 2019

Altre notizie da questa sezione


TEATRALIA

Stupirsi e riconoscersi nella notte
di Cidneon al castello di Brescia

Stupirsi e riconoscersi nella notte di Cidneon al castello di Brescia
Nicola Arrigoni

Nicola Arrigoni

Biografia

tutti i post dell'autore

Calendario dei post

«Il teatro non è soltanto il luogo dei corpi pesanti, ma è anche quello dell’assemblea reale, in cui si verifica una singolare coincidenza tra vita organizzata esteticamente e vita quotidiana reale». Queste parole di Hans-Thies Lehmann, autore de Il teatro postdrammatico (Cuepress, 32,99 euro) servono per raccontare di Cidneon Festival internazionale delle luci, andato in scena al Castello di Brescia. Non uno spettacolo teatrale, ma piuttosto una sorta di happening con una serie di installazioni luminose che per il terzo anno hanno illuminato il complesso monumentale che domina la città, luogo di difesa e di avvistamento del nemico, spazio separato dalla città e sovrastante la città. Ma in tutto ciò il teatro dove sta? Sta nel suo essere luogo della visione, come lo spettacolo è spazio di rispecchiamento, di riflessione: in esso ci si riconosce, in esso ci si specchia per prendere coscienza di noi e mutarci.

Icone italiane fra miti e meraviglie era il tema di Cidneon e su questa direttiva si è mosso il racconto luminoso, compiuto sotto il segno di Leonardo. Ma il tema del rispecchiamento è parso subito nell’installazione Cin Cin di Stéphan Masson, composta da 241 vasi di vetro e animata da sette proiettori. L’idea era quella di rendere omaggio all’eccellenza dell’enologia italiana, ma alla fine ad essere ‘imbottigliati’ o meglio ‘invasati’ sono stati i volti e le icone degli spettatori. L’uomo vitruviano di Leonardo, nell’installazione di Scena Urbana, aveva le movenze di un danzatore ingabbiato nelle forme geometriche, e ancora l’esperienza dell’arte pittorica si è fatta gioco di immagini in De Lume di Tommaso Trak. La sfilata di luce realizzata da Hdemia di Santa Giulia, piuttosto che la Fossa dei Martiri sulla strage di Piazza della Loggia, firmata da Laba e dal conservatorio Luca Marenzio, o ancora il percorso dedicato alle Mille Miglia dicono di un racconto luminoso che si articola su due poli: l’eccellenza del made in Italy da un lato e il radicamento nella città.

Eccoci qui: un racconto, una messinscena che chiede di essere partecipata dalle migliaia di persone che sono accorse in castello per vivere la notte illuminata dei migliori mondi possibili, un percorso/antro cui riconoscersi stupendosi, una sorta di contraddizione in termini, ma che si compie con estrema naturalezza e artificio rituale del richiamo dell’effimero, dell’evento, di ciò che è imperdibile, pur puntando su l’invariante del nostro essere e stare in un luogo. In questo senso le Geometrie di Leonardo rilette da Roberto Giunti convivono con l’architettura luminosa di Fulgida, una evoluzione visiva dell’arco a tutto sesto, realizzata da Massimo Uberti.

Nelle fredde notti di inizio febbraio il Castello di Brescia ha raccontato la sua favola di un mondo luminoso in cui il genio e l’artigiano, in cui il locale e il globale coesistono, in un disegno di riconoscimento del proprio agire. In questo senso si può parlare di teatro come «un tempo di vita condiviso e consumato da attori e spettatori, che respirano l’aria di quello spazio in cui si svolgono gioco scenico e atto percettivo», scrive sempre Lehmann. L’attorialità in questo caso è data dalle installazioni, dal pensiero luminoso agito in esse e dalla fabula: l’esigenza di una comunità di mediare la propria identità multipla con un contesto che trascende il locale, senza disconoscerlo, ma trasformandolo per una nuova storia da raccontare e partecipare fra camminamenti, torri e antiche scale per dare un senso al presente e una prospettiva magica e mitica al futuro.

20 Febbraio 2019