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Domenica 17 Dicembre 2017

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10 agosto

Lettere al Direttore (1)

PUNTI DI VISTA

Sono pensionato e faccio quel che voglio. Purtroppo.
Quando ho riconsegnato la tessera d’entrata al giornale mi sono sentito come il vecchio tenente Callaghan della omicidi che, arrivato vivo alla pensione, restituisce distintivo e pistola. Poi esce, riempie i polmoni dei miasmi di New York, e si infila nel solito bar davanti al distretto a inzuppare il magone nel whisky. Perché a quel punto sai benissimo una cosa sola, cosa non sei, non sono più della omicidi, non sono più della Provincia. E quindi cosa sono? Posso essere tutto, e tanto per cominciare non sono niente.
Le prime ore della pensione, dalle quali ti parlo, danno la stessa sensazione di quando al cervello arriva troppo, o troppo poco, ossigeno. Una leggera ebbrezza, in bilico fra euforia e depressione. E spaesamento. E’ come un salto in lungo fatto al rallentatore, il che ti dà il tempo per pensare, e lì cominciano i guai.
Puoi fare qualunque cosa, tranne quella che ti verrebbe automatico fare, andare al giornale come nei trentasette anni che sono finiti ieri. Che al netto di ferie natali e primi maggio fanno più o meno dodicimila giorni. E che, insieme all’anno di militare e agli spiccioli di contributi Inps delle supplenze di ginnastica di quando aspettavi di essere assunto, ti hanno fatto tagliare il traguardo. Benedetti. Maledetti.
Quasi quasi do ragione all’esimio professor Boeri, il quale con quel suo ghignetto un po’ da Robespierre quando parlava di ghigliottina direbbe sicuramente che ho lavorato troppo pochi anni per meritarmi la pensione.
Dai, puoi andare dappertutto. Tranne al giornale. Dove lo sai ti riceverebbero ‘come’ al solito, la prima volta. Anzi meglio, tutti a volerti pagare il caffè (perché tu la chiave della macchinetta non ce l’hai più, che te ne faresti) e ad assicurarti che ti invidiano da matti.
Intanto però la tua scrivania invece di essere sommersa sotto il cumulo delle tue cartacce è lì vuota e pulita come la coscienza di un bambino che si è appena confessato, pronta a ospitare i peccati di qualcun altro; e capisci che se tieni al tuo equilibrio mentale non deve esserci una seconda volta. Anche perché sai benissimo che dalla seconda volta gli altri si direbbero fra loro ‘bè, che cosa è venuto a fare?’, lo sai perché lo hai fatto anche tu quando è toccato a un altro.
Adesso tocca a te, privilegiato mortale. Fortunato possessore di tutto il tuo tempo. Che prima non ce n’era mai abbastanza, adesso ce n’è a perdita d'occhio. Esattore di contributi altrui. Sceriffo di Nottingham. Aspetta solo che Boeri trovi un costume da Robin Hood e vedi che fine fai. Goditela fin che sei in tempo, altro che fare la vittima.
Perché qualche vantaggio si vede già. Al giornale mica potresti scrivere in mutande come stai facendo adesso, per dirne una. E appena ne trovo un’altra te la faccio notare. Dai, c’è il tuo fondo pensione che aspetta solo te. La chiami così, la tua libreria piena da scoppiare di libri che non hai ancora letto come si deve o anche per niente. Adesso è arrivato il momento di incominciare a leggere sul serio. Oppure il lavoro che incombeva, il tempo che mancava, era tutta una scusa? Ecco, la fine del lavoro ti mette davanti a te stesso, ti mette nudo davanti allo specchio.
Dovevo aspettarmelo, e invece mi scopro del tutto impreparato a questa ondata di autocoscienza. E capisco che se non riparto subito non riparto più. Devo uscire di corsa dal provvisorio, devo trovare d’urgenza un altro centro di gravità permanente. Un altro io, perché l’io di prima è finito, scaduto, ritirato. Chiuso per ferie da qui all’eternità.
Ma non ti vergogni, a metterla così? Non ti sembra di prendere in giro chi al lavoro deve ancora andarci, fortunato, cioè volevo dire poveraccio? Con tutte le precarietà e le incognite da perderci il sonno che tu invece hai il lusso di non avere (a Boeri piacendo)? Che poi sei stato tu a decidere. E lo hai fatto con voluttà, pregustando le letture gli studi le mostre i viaggi rinviati per anni. Basta con i biglietti dei concerti rimasti nel cassetto perché avevano anticipato la partita della Cremo. Adesso si tratta solo di uscire alla svelta dalla fase di passaggio, com’è che lo chiamano in quel telefilm un po’ ridicolo un po' inquietante, ‘passare oltre’. Ecco, non restare a fare la veglia a quello che non sei più, chiuso, non diventare patetico e vai.
Sì, magari al giornale ti fanno collaborare ma occhio, non sei più ‘uno di loro’ e sarebbe ridicolo ridiventare collaboratore come quarant'anni fa che avevi appena fatto la maturità e Leoni ti mandava a fare le partite della Castelnuovese e della Leoncelli. Potrai anche collaborare ma anche qui ti dovrai inventare qualcosa di nuovo: occhio a non diventare una macchietta, un trombone.
Da questo punto di vista la cosa meno rischiosa sarebbe dare un taglio netto, appendere la tastiera al chiodo. Non lo vuoi fare, ma sappi che il rischio di scimmiottare quello che eri è alto. E non ti saranno fatti sconti. Ricordati cosa dicevano i latini, da vecchi si diventa senatori o buffoni. Te la senti la stoffa del senatore?
Dice, in fondo puoi ancora scrivere. Sì, ma scrivere è solo la punta dell’iceberg del mio mestiere, a me comincia già a mancare proprio la parte che non posso più fare che è quella che non si vede, la ‘cucina’, affettare e mescolare gli articoli degli altri, scegliere la foto curiosa, immaginare e impaginare. Fare il giornale. Oddìo, e se mi viene in mente un titolo che mi sembra divertente cosa faccio, glielo telefono in redazione? Vedi tu, ma sappi che la seconda volta che lo fai non fanno nemmeno finta di esserti grati. Esattamente come avresti fatto tu fino a ieri. Sei fuori, fattene una ragione.
Almeno però finisce anche una cosa che mi ha perseguitato negli ultimi mesi. La sindrome del Totti di portaromana. La tiritera del ti ritiri. ‘Cat, sèèt gnamò in pensiòòn?’ e le variazioni sul tema mi hanno braccato pedinato molestato per mesi. Adesso basta. Chiedo che sia messo agli atti. Ghe sò 'ndat.
Ma torna il problema di fondo. Quale modello di pensionato scegliere? L’assortimento è ampio.
Modello Trivago. Quello che si rende irreperibile, passa senza scalo a Cremona dall’aurora boreale alle tende tuareg, dalla grande muraglia alla barriera corallina. Il pensionato con la valigia, il forzato del trolley, il collezionista di check-in.
Modello nonno. La nipotina c’è, non proprio a portata di mano, e ancora piccolina ma c'è. Peccato che essendo arrivata una bambina non hai più la scusa per comprare i soldatini su Ibèi. Però finché la schiena regge ci puoi giocare, e ne vuoti di tazzine di tè piene d’aria, stai al gioco perché lo sai che la tua popolarità perderà dei punti quando diventerai ‘quello che fa fare i compiti’.
Modello free lance. Basta prendere ordini, adesso mi nomino direttore di me stesso. Basta rompere le scatole per conto terzi, adesso le rompo in proprio. Giornalismo militante, indago intervisto recensiono riporto dico la mia anche su quello su cui nessuno si sognerebbe di chiedermi come la penso. E fotografo naturalmente dato che ormai siamo tutti grandi fotografi.
Modello casalingo. Quello che si dà al bricolage a tempo pieno anche se è negato, che si addentra nei misteri della raccolta differenziata, che va perfino alle riunioni di condominio dove dice la sua sulla pulizia delle scale e spera che gli chiedano di scrivere un lettera al giornale o almeno all’amministratore, che mette in ordine anche il garage, che cura quello che lascia sempre aperta la porta d'ingresso.
Modello sportivo. Compri una bici che non ce l’ha nemmeno Contador e ti infili nella maglietta a pois rossi del gran premio della montagna del Tour, tu che il cavalcavia sopra la tangenziale lo chiami il Puy de Dome, magliette a pois rossi della tua taglia non ne fanno ovvio ma ti ci strizzi dentro incurante dell’effetto comico. Metti perfino quelle scarpette rigide che si incastrano nel pedale, prenotando tombole fragorose. Ti aspettano giri in compagnia con inevitabile finale culinario in cui manderai giù il doppio delle calorie bruciate.
Modello ‘tu che hai tempo’. Tu che hai tempo, non andresti a prendermi i peperoni da quell’ortolano dall’altra parte della città dove forse costano meno se invece costano uguale torni e vai dal fruttivendolo dietro l’angolo che li ha più freschi, non andresti alle otto a tenermi il posto dal dottore che così alle dieci e mezza quando mi libero sono sicura di avere il posto e se non sono ancora arrivata mi aspetti, non andresti...
Modello Andy Capp. Pendolare fra divano e pub. La grande abbuffata, tutto il rugby tutto lo snooker che mi sono perso in questi anni passati a guardare quello che mi toccava guardare invece di quello che avevo voglia di guardare.
Dai scegli. Ma alla fine non avendo più nessuno che ti dà ordini (se lasciamo stare per un momento la gentile consorte) il concetto cardine è l’autodisciplina. Solo quella ti può salvare dallo sperpero sistematico del tempo che ti rimane.
Autodisciplina, bel concetto, aspetta che me lo segno. E intanto che ci penso su mi stendo un attimo sul divano, mi passi la scatola dei boeri?
Giovanni Ratti

IL CASO
Il razzismo strisciante della sinistra europea
Caro direttore,
tempo fa mandai al suo giornale una lettera in cui parlavo di immigrazione e ius soli, argomentando i motivi sottaciuti per cui la sinistra vorrebbe a tutti i costi attuarlo il prima possibile. (...).
Mi è capitato di leggere un articolo particolarmente chiarificatore a firma di Eugenio Scalfari su l’Espresso che non lascia il minimo spazio ad interpretazioni. Il passo fondamentale che mi ha tolto ogni ragionevole dubbio, donandomi ancora più convinzione sulle reali intenzioni della sinistra, è questo: «Si profila come fenomeno positivo, il meticciato, la tendenza alla nascita di un popolo unico, che ha una ricchezza media, una cultura media, un sangue integrato.
Questo è il futuro che dovrà realizzarsi entro due o tre generazioni e che va politicamente effettuato dall’Europa. E questo deve essere il compito della sinistra europea e in particolare di quella italiana».
Il razzismo strisciante di queste parole è inaccettabile.
Diego Storti
(Ostiano)

Non ritengo che tra gli obiettivi di un partito o di una coalizione di forze, di destra, di sinistra e di centro, ci sia quello del ‘melting pot’. Bisogna stabilire regole comuni, non perseguire un progetto di amalgama di razze, gruppi, individui e religioni differenti.

Ma serve ai giovani
La verità fa male ai camerati
Egregio direttore,
sono apparse tre lettere alle quali intendo aggiungere del mio. I nerovestiti non hanno ucciso soltanto dove dice Azzoni ma anche a Macerata perché le vittime non si sono il cappello in presenza degli squadristi. Garofano rosso all’occhiello era un distintivo pericoloso come il fazzoletto rosso, alle elementari erano d’obbligo la blusa nera e il colletto bianco. Si iniziava la mattinata cantando ‘Giovinezza’ e ‘Roma rivendica l’Impero’, obbedir tacendo. Sulla terza lettera a firma Merlini, che accusa i comunisti della morte di 136 persone, dopo il 25-5-1945 non ho alcun motivo per dubitare; aggiungo che gli squadristi erano odiati per atti compiuti negli anni 1922-23, andavano in squadra presso le osterie, uno entrava, rompeva la lampada e gli astanti rimasti al buio dovevano uscire e fuori manganellatori picchiavano tutti da informazioni sicure. Il 10 settembre 1943 da un aereo i tedeschi lanciarono volantini che indicavano 10 fatti da non compiere pena la fucilazione sul posto: non alloggiare, non proteggere, non fornire alimenti e via di questo passo. C’erano soldati dell’esercito italiano residenti nel meridione che vagavano nelle campagne del nord, c’erano soldati inglesi catturati in Libia e portati in Italia che cercavano protezione e c’erano tra la popolazione i simpatizzanti del regime pronti a farti deportare in Germania. Furono mesi di terrore e motivi per vendicarsi a guerra finita ce n’erano parecchi, prima era impossibile perché i nazisti si vendicavano contro i civili. Queste verità fanno male ai camerati ma servono ai giovani.
Angelo Rosa
(Viadana)

Vicende realmente accadute
La folle ideologia nazifascista
Egregio direttore,
il lungo racconto di Claudio Merlini apparso il 28 luglio ha tutti gli ingredienti di quelli oralmente riportati da Pansa nei suoi libercoli senza nessuna verifica storica. Merlini inizia col dire che il suo, narratogli da una fonte anonima, non è mai stato segnalato in nessun libro (...); eppure la zona in cui afferma che la vicenda è avvenuta non è di poco conto, basti dire che tutto il Veneto è stata la principale via di fuga per fare defluire le truppe tedesche in ritirata dall’avanzata alleata. In quell’area la repressione nazifascista venne condotta anche oltre il 25 aprile 1945 per esigenze di tipo militare. Le unità partigiane nell’estate del ‘44 presero ben presto il controllo di alcuni punti nevralgici liberando interi territori e piccole zone sopra Schio, sul Grappa, nella Valdastico, nel Padovano, nel Vicentino e nel Trevigiano. Da parte nazista, vi furono rastrellamenti, spedizioni punitive mirate, violenze, massacri di civili, rappresaglie con la collaborazione della Gnr e della Mdt (Milizia difesa territoriale) alle quali si aggiunsero altre formazioni fasciste delle Brigare Nere; il battaglione ‘M’ Tagliamento e a rafforzare i contingenti anche sei battaglioni della famigerata X Mas. Operazioni che costarono solo nell’ottobre del ‘44 oltre 600 morti tra civili e partigiani uccisi sia in pubbliche esecuzioni che in battaglia. I trentadue partigiani impiccati e fotografati in un macabro rituale il 26 settembre lungo i viali alberati di Bassano del Grappa rimasti esposti con la scritta ‘bandito’ sul cartello al collo costituiscono tuttora una delle pagine più drammatiche della memoria locale. Altre migliaia di morti in vicende simili veramente accadute stanno a testimoniare il risultato della folle ideologia nazifascista e che non sono tracce flebili e contraddittorie nelle fonti orali tramandate da improvvisati narratori e falsificatori della Storia.
Sergio Noci
(Cremona)

La strage di Bologna
Sono cinico, basta col buonismo
Egregio direttore,
rispondo sia a lei che al signor Maurizio Giannetto. Intanto mi dico deluso, un solo lettore protesta per quello che ho scritto e che confermo in toto. Nessun colpo di sole non soffro il caldo né il freddo. La mia è un’analisi spietata ma assolutamente aderente alla verità che questa ‘nazione’ voluta da Cavour vive. Al direttore dico: certamente poteva cestinare la mia lettera, ma lei sa che non avrebbe reso un buon servizio al suo giornale censudando il mio scritto, verità non mia, ma suffragata dalla realtà. Certamente è un’analisi cinica ed io sono un cinico se ho torto non ho difficoltà ad ammetterlo. Ritengo il cinismo una forma di sincerità estrema. Non ho parlato dei morti ai quali va comunque la pietà umana. Parlo dei vivi e delle continue rivendicazioni economiche. Lo Stato, con i fondi di riserva accantonati per le vittime di terrorismo, ha risarcito le famiglie con una cifra standard stabilita in precedenza in questi casi. Per quel che ne so si guardava al coefficiente età della vittima e aspettativa di vita e si liquidava i superstiti. Andava negli anni ‘80 da un minimo di 800 milioni ad un massimo di due miliardi in presenza di minori. Certo non sono i 6 milioni e 800mila euro ottenuti dalla vedova Bigi da parte del magistrato Mancuso del tribunale di Bologna. Il giuslavorista inventore dei Co.co.co che tanti danni ha prodotto ad una intera generazione di giovani. (...) Io dico: chi è causa del suo male pianga se stesso. Pietà per la morte, senza dimenticare la condotta tenuta in vita. Io dico che questo tipo di associazioni esaurita la fase rivendicativa vanno sciolte (...). Si formano associazioni con tanto di presidente, statuto, vice presidente, tesoriere e amministratore pronti a pompare soldi ai comuni, regioni e stato. Aspetto un attacco nel merito senza buttarla sul buonismo di maniera che tanti danni produce all’Italia. (...) Da me negli anni settanta, passavano le richieste più assurde.
Domenico De Lorenzo
(Cremona)

Non sono convinto di avere reso un buon servizio al giornale pubblicando la sua precedente lettera benché chiosata da una risposta pertinente.

Cremonesi versus piacentini
I lavori sul ponte alla ditta abruzzese
Caro direttore,
stupisce il disappunto di tanti cittadini cremonesi per l’imminente intervento d’una impresa abruzzese incaricata di riparare alle disgrazie che da tempo stanno affliggendo il loro decrepito centenario ponte. Ma prendere le distanze da quelle arpie di piacentini, anche se solo pro tempore, non dovrebbe equivalere all’avverarsi di un sogno per molti dei vostri concittadini sempre così solleciti nel tacciarci di latrocinio? Non sia, invece, che l’impedimento alle frequenti scappatelle gastro-camporellistiche oltre padane possa confinarli nella frustrazione di una monotona vita di provincia?
A.P.
(Castelvetro)