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Venerdì 24 Novembre 2017

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Un fantastico concentrato di “archeologia alimentare” sulle nostre tavole

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21 ottobre

Lettere al Direttore (1)

IL CASO
Far conoscere il dialetto del territorio significa salvare i ricordi e la cultura
Egregio direttore,
percepisco con preoccupazione che con il trascorrere degli anni l’immigrazione renda sempre più difficile la conoscenza della nostra cultura dialettale. Nessuna iniziativa è stata attuata per organizzare simultaneamente ai corsi di lingua italiana, anche quelli dialettali per i tanti immigrati; permane un totale snobbismo, disinteresse a far conoscere questa cultura. Inesorabilmente assisteremo alla sua scomparsa, restiamo noi anziani gli unici divulgatori, con i nostri dialoghi con i giovani.
Un plauso al giornale per le ricche pagine sul dialetto provinciale, e ai tanti che ricordo si impegnano con scritti e recite teatrali. Tramandano una lingua che abbellisce la cultura dove vi si trova il richiamo al sapore aspro della nostra amata terra, a non dimenticare la sofferenza dei nostri avi, intenti al lavoro. Fascine d’anni sono trascorsi ma vive il ricordo del dialetto ascoltato e parlato nell’infanzia quando la scuola e segni di emancipazione sociale ostacolavano la parola.
Quella che in certe frasi colorate diventa canzone, poesia contadina, fedele a noi stessi. E come ha scritto Luciano Dacquati nel suo sontuoso libro ‘La sapièensa de Cremùna’: il dialetto ha bisogno di tempo, molto tempo per maturare e svilupparsi e ha ancora molto da insegnare anche oggi. Far conoscere oltre l’italiano il dialetto del proprio territorio significa salvare i ricordi di una ricca cultura, senza ricordi la vita è spenta.
Antonio Danesi
(S. Daniele Po)

Crediamo fermamente nel valore culturale del dialetto e la prova è che in questi anni il giornale ha investito energie e risorse aumentando le pagine dedicate al dialetto cremonese, casalasco e cremasco.

LA POLEMICA
Ha dato un calcio all'ipocrisia, bravo don Baronio
Egregio direttore,
di preti come don Ottorino Baronio, parroco di Vicomoscano, ce ne vorrebbero a migliaia in Europa, un sacerdote tutto d'un pezzo e non ipocrita che ha avuto l'ardire di lanciare un'iniziativa ‘per difenderci dall’islamismo’, non con le bombe o con i fucili ma semplicemente recitando il rosario. Il fine è quello di chiedere alla Madonna di Fatima di difendere il cristianesimo da ogni attacco relativista e materialista ma sopratutto dall’islamismo e far sì che l'Europa ritrovi le proprie radici cristiane per non cadere nel baratro della secolarizzazione.
Difendere la propria religione non è un reato e don Ottorino è un sacerdote che predica i principi della sua e della nostra religione con sincera convinzione a differenza di molti suoi confratelli che preferiscono glissare pavidamente il problema pur di non essere attaccati dai media ‘progressisti’.
Un plauso da parte mia, dei miei familiari e da molti amici e conoscenti nonché da milioni di italiani ad un grande e impavido prete soprattutto in un periodo storico come l’attuale dove c’è un Papa ‘venuto dalla fine del mondo’ sta rivoluzionando la Chiesa seguendo le mode del momento e stravolgendo la dottrina millenaria del cristianesimo creando nei fedeli che ancora credono nella fede cattolica, sfiducia nell’operato del clero e molta, troppa confusione.
Andrea Zecchini
(Camisano)

Referendum/1
Sinistra per sempre ‘schiava’ di Roma
Signor direttore,
mi ritrovo ancora una volta a sottolineare come la sinistra italiana abbia una posizione sostanzialmente miope nei confronti di un referendum che chiede a Roma di lasciare sul suolo lombardo più responsabilità, più risorse e quindi più libertà gestionale.
Secondo Bordo questo referendum non si doveva fare.
Bastano le chiacchiere di un tavolo di confronto: uno di quei tavoli tanto cari ai compagni di merende che si accomodano per partecipare (democrazia partecipata) a simposi di perditempo.
Evidentemente per questi signori il parere del popolo è una inutile perdita di tempo e i costi per esprimere un giudizio democratico, un inutile dispendio di energie e non solo, dimenticando, volutamente o meno, che la democrazia non ha valore quantificabile.
Non ricordo tanto livore nei confronti del referendum sulle trivellazioni costato allo Stato circa 300 milioni di euro. Neppure per il tentato golpe (Referendum del 4 dicembre 2016 sulla Riforma Costituzionale) costato allo Stato altrettanti milioni di euro.
Forse la democrazia per questi signori è tale a fasi alterne, in funzione di chi fa le proposte...
La promessa del 75% delle tasse da trattenere sul territorio è un obiettivo non ancora raggiunto perché il percorso è ancora in atto. Il referendum del 22 ottobre 2017 è un passaggio di questo percorso.
Chissà se la sinistra più nazionalista d’Europa potrà mai capire che maggiori competenze e maggiori risorse possono essere una opportunità?
Difficile dialogare con chi vuole rimanere schiavo di Roma per l’eternità, con chi pensa che sia giusto continuare a pagare tasse per mantenere gli sprechi di chi non è virtuoso, in una sorta di solidarietà pelosa, tutta orientata alla considerazione dello sfruttatore e zero considerazione per lo sfruttato.
Difficile dialogare con chi pensa che i lombardi siano animali da soma dei quali abusare fino ai limiti della sopravvivenza.
Questa è la sinistra in Italia e fa male constatare che anche la sinistra lombarda abbia un approccio mentale verso i propri corregionali così ottusamente opprimente. Ma Tafazzi è lombardo e di sinistra?
Federico Lena
(Consigliere Regionale Lega Nord)

Referendum/2
Emancipazione fiscale. Aspirazione legittima
Signor direttore,
la Lombardia e il Veneto hanno due cose in comune. Domenica terranno un referendum consultivo per ottenere più autonomia. Sono fra le poche regioni italiane tornate e andate oltre al pil del 2008, cioè di inizio crisi (senza contare l’inflazione, che però è minima). La Lombardia è sopra i 36mila euro di pil pro capite, meglio della Germania. Il Veneto nel 2008 era a 30mila, adesso va verso i 32mila, quasi come la Francia. Con un po’ di sereno realismo, si capiscono meglio le richieste di emancipazione fiscale. Non si tratta più della vecchia ed estenuante questione settentrionale contrapposta a quella meridionale (razzismo), per carità lungi da me, si tratta di un approccio al mondo e al suo spirito: il mondo del 2008 tracollava perduto davanti all’economia senza confini, lo spirito del 2017 ha cominciato a prendere le misure e ha saputo reagire. Sia la Lombardia che il Veneto si sono rialzate, piano piano hanno ripreso a camminare, agganciate all’Europa. Il resto d’Italia non si sa…! C’è poco da dire o da pensare, ci sarà sicuramente qualche responsabilità (politica?) se l’economia non va. Per farla funzionale la soluzione, a mio avviso, è una sola: se tutti ci rimboccassimo un po’ le maniche qualche cosa sicuramente si muoverebbe.
A. D.
(Cremona)

In piazza De Lera
Quel marciapiede è troppo pericoloso
Signor direttore,
un piazza de Lera a Cremona è caduta una signora, fratturandosi una spalla e riportando anche varie escoriazioni alla mano e a un ginocchio inciampando in uno scalino posto trasversalmente allo stesso creatosi per un cedimento. Nonostante tutto non è ancora stato preso alcun provvedimento per segnalare tale pericolo da parte di chi ne è competente.
Sarà perché tanto c’è l’assicurazione che paga o per suggerire alle donne di non continuare sempre ad andare in giro a cercare i mariti al bar?
Pietro Ferrari
(Cremona)

Le pretese degli animalisti
Vogliono cambiare persino il linguaggio
Signor direttore,
mi sto abituando alla totale mancanza di ironia e ragionevolezza degli animalisti, ma non all’imposizione della nuova lingua che si pretende venga usata da tutti: questa è davvero insopportabile e subdola (avviene la stessa cosa sul fronte del ‘genere’, vedasi il presidente della Camera, Boldrini).
La richiesta di UNA è di non chiamare ‘bestia’ una bestia, perché l’accezione negativa (ma è negativa se riferita ad un uomo, come fa notare lei nella risposta), e questa richiesta porta dritti dritti all’antispecismo che la sottende e cioè alla equiparazione valoriale di uomini e animali. Anche io ho una bellissima gatta, ma non ragiona, non ha coscienza, non esprime concetti, fa quello che l’istinto le dice di fare, fusa comprese, e non la tratto come un figlio! Queste persone vogliono cambiare realtà e fatti negandoli a parole, ma i fatti restano lì, testardi, a ricordare che gli animali sono bestie, e solo qualche uomo lo diventa.
Sono d’accordo invece su un obbligo formativo per chi possiede animali potenzialmente pericolosi.
Sergio Chiodi
(Cremona)

Cooperativa Sozoo
Da un giorno all’altro rimasti senza sede
Signor direttore,
il consiglio di amministrazione della cooperativa Sozoo riunitosi il 10 ottobre 2017, ha ritenuto necessario e doveroso rendere noto a tutti i soci quanto accaduto nei giorni scorsi.
La mattina del 2 ottobre alle ore 9 l’impiegata della Sozoo, Veronica Ferrara, nel recarsi in ufficio ha dovuto constatare che la serratura della porta del nostro ufficio era stata sostituita impedendo di fatto l’accesso tanto ai nostri uffici quanto a quelli di Smaf.
Preso immediatamente contatto con il commissario dell’Associazione Allevatori Lombardia Ovest (AALO), Leccisi, il Presidente Dario Olivero veniva da questi informato che l’immobile era stato venduto e svuotato da ogni bene ivi contenuto.
Quanto accaduto è estremamente grave in quanto vìola i diritti di chi – come la nostra cooperativa – detiene l’ufficio legittimamente e si è vista impropriamente priva di sede e di tutto quanto ivi contenuto.
Stiamo cercando di recuperare i documenti e gli arredi che, seppur parzialmente, sono stati riconsegnati e dai noi provvisoriamente alloggiati presso un’azienda di un nostro socio per sua gentile concessione.
La gravità dei fatti impone di tutelare i nostri diritti avanti le competenti autorità giudiziarie così come ratificato dal consiglio direttivo.
Dario Olivero
(Presidente Sozoo per il Consiglio di Amministrazione)

Altrimenti è propaganda
La storia si deve raccontare tutta
Egregio direttore,
con la sua lettera del 17 ottobre Sergio Noci ripete quello che, abitualmente, ci dicono gli italiani professionisti del falso storico e del disfattismo pur sapendo che tutte le guerre sono sporche. Ciò sta alla base degli appelli per la pace, che si fanno sentire in tutto il mondo. Mi limito a far presente che Noci, trattando del film ‘Il leone del deserto’ voluto da Gheddafi per onorare Omar El Muktar, precisa che fu censurato in Italia per non correre il rischio di vilipendio delle FFAA italiane. A tale proposito, sembra che le associazioni d’arma cremonesi non abbiano letto tutto ciò che Noci stesso sta scrivendo. Chi conosce un po’ di storia sa che la vocazione mediterranea ed africana non fu espressa soltanto da Mussolini bensì già nel 1838 da Mazzini e poi da uomini del Risorgimento come Bixio, nel 1875, Cavour e Jacini, il quale, dopo il 1870, invitava gli italiani a prepararsi a fare dell’Italia la prima potenza del Mediterraneo. La storia va raccontata tutta altrimenti la si precipita nei luoghi comuni della più vile propaganda politica. Non si può tacere perciò su quello che realizzarono sulla «quarta sponda» le centinaia di famiglie italiane colà trasferite. La via Balbia di circa 2000 km, dal confine tunisino a quello egiziano, le scuole, gli ospedali, le attrezzature portuali, gli acquedotti, le ferrovie, i nuovi villaggi provvisti di chiese cattoliche e di moschee e, soprattutto, lo sviluppo enorme dell’agricoltura che ricacciò l’orlo del Sahara parecchio indietro mentre le piantagioni coloravano di verde le sabbie del deserto. Fu una ventata di fiducia e di operoso rinnovamento in una società inerte da secoli e che permise agli indigeni fuoriusciti di tornare in gran numero per inserirsi nel nuovo corso della storia libica. Queste, a mio parere, sono le cose che devono essere fatte ricordare alle nostre nuove generazioni.
Claudio Fedeli
(Cremona)