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Venerdì 27 Aprile 2018

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Lettere al Direttore del 12 Gennaio

Il m5s d’esportazione
Il grillino pakistano. Sono molto perplesso
Gentile direttore,
ho letto con curiosità in prima pagina un titoletto cosi impostato ‘Esporterò in Pakistan il grillismo’. Mi aspettavo di trovare un articolo con una intervista al signor Muhammad Shahid Arif, con il quale lo stesso spiegava i motivi che lo hanno folgorato sulla via di Damasco. E invece mi sono trovato di fronte ad una mezza pagina di giornale nella quale il signor Muhammad faceva da sparring partner ad un personaggio che si dichiara rappresentante del M5s di Cremona, il quale mostra come un trofeo, mettendo un braccio sulla spalle dello stesso Muhammad, quasi a dire ‘ecco come sono bravo io che esporto il grillismo in Pakistan’. Ho chiesto a persone che frequentano i pentastellati e quasi nessuno sapeva chi fosse... anzi qualcuno lo conosceva ma mi faceva notare che non era molto benvoluto all’interno del Movimento. E poi mi domando: possibile che una notizia cosi marginale abbia tanto risalto nelle pagine di un giornale cosi importante per Cremona. (...)
Ermes Piva
(Cremona)


Maghi silvan di oggi
Fanno sparire i soldi E se sparissero loro?
Egregio direttore,
vi ricordate il mago Silvan? Stupiva grandi e piccini con trucchi che oggi sembrerebbero obsoleti anche ai Flinstones, ma che qualche decennio fa facevano sgranare gli occhi alla maggior parte degli spettatori. Prestidigitazione e sezionamenti di avvenenti vallette erano per lui di una disarmante facilità. Ai nostri giorni, quasi sempre in giacca e cravatta, ben altri maghi calcano i palcoscenici della cronaca; sono specializzati in sparizioni (di denaro altrui), ma in questi casi il trucco è sempre intuibile: prestare soldi ai soliti ‘buoni amici’ sapendo che mai saranno restituiti e recuperare poi quanto possibile del deficit dai depositi di onesti, ma spesso inesperti investitori. Quello che non dà pace è che siano stati spesi milioni di euro di denaro pubblico per gli stipendi di coloro che tutto ciò dovevano evitare, soloni di organismi di vigilanza che hanno svelato tutta la loro inefficienza. Chissà se Silvan, rispolverando la vecchia bacchetta magica, saprebbe far sparire costoro prima che a ciò provvedano i poveri truffati: di sicuro non li eliminerebbero con un ‘Sim sala bin’.
Luciano Lazzari
(Vicobellignano di Casalmaggiore)


Se è la regola non va bene
Apertura domenicale sia evento eccezionale
Caro direttore,
mica che l’ho afferrato poi così tanto sapete il commento del vostro giornale alla sensata recente lettera (autore Mario da Crema) dal titolo: ‘Liberare le festività dall’oppressione del lavoro’! Il buon Mario semplicemente puntava il dito sull’insensata apertura dei centri commerciali e dei negozi nelle giornate festive. Punto. E ne argomentava, con dovizia di suggerimenti e di rara facoltà intellettiva, le ragioni di questo suo malessere. Invece voi, voi del giornale, cosa siete andati a ‘ravanare’ accostando lavoratori occupati durante le festività nei centri commerciali, con altri occupati in impieghi totalmente agli antipodi con questi ultimi? Ma che c’azzecca la vostra considerazione: ‘…allora per loro il suo (del Mario) ragionamento non vale?’ (riferito a medici, autisti, tutori dell’ordine anche loro impegnati, gioco forza, nelle loro occupazioni nei giorni festivi)?’. Letto, e solo per voi, quelli del giornale: ‘Lui lavora la domenica ed è a casa il martedì. Anche lei lavora nei festivi e rimane a casa il giovedì e il venerdì. I figli vanno a scuola e naturalmente sono a casa la domenica. Una famiglia che si ritrova, se è fortunata, forse a cena e prima di andare a letto. Le vacanze difficilmente si fanno assieme. Ma che radici può avere una famiglia di simili sembianze?’. Sembra dunque che sia divenuto indispensabile, per la maggior parte degli esseri umani, dedicare la domenica agli acquisti. E dunque indirettamente ‘imporre la presenza’ ad una certa categoria di lavoratori allorquando centri commerciali e negozi adottano, nelle festività, i giorni di apertura. Questa grande distribuzione persegue solo il profitto, altro che favorire l’equilibrio famigliare. Facciamo invece che l’apertura domenicale sia un’eccezione e non la regola. (...) Facciamo saltare quel chiavistello va là, affinchè il buon senso abbia la possibilità di passare. (...)
Giorgino Carnevali
(Cremona)


Naples Pietro Ferraresi
Solo l’Anpi fa cenno alla Primula rossa
Egregio direttore,
quando il suo giornale tratta di incontri, manifestazioni, interviste implicanti cremonesi della mia generazione e coinvolti, più o meno con la partigianeria, cerco di approfondire gli sviluppi dei loro comportamenti nelle relative situazioni, in particolare quelle nelle quali ero presente o di mia specifica conoscenza. Il tre e quattro gennaio riportate la celebrazione di Naples Pietro Ferraresi, nato a Calvatone nel 1923. Non lo conoscevo, ma sapevo che, nel 2008, il ricercatore Fabrizio Loffi si era occupato delle vicende di Naples mettendone in evidenza la sua generosità palesata durante la guerra civile. Questo lodevole comportamento fu poi rilevato e ricordato dal professor Giovanni Borsella il 12 febbraio 2017 tramite il ‘Vascello.it’ con il titolo: ‘Storia di una resistenza suggerita dalla pietà e non dall’odio sanguinoso dei rossi e dei voltagabbana’. Nessuno, per quello che mi risulta, aveva accennato alla partecipazione di Naples alle gesta partigiane della Primula rossa, come rivelatoci dal comunicato dell’Anpi pubblicato su Spazio aperto del il 5 gennaio 2018. A questo proposito, per rendersi conto di tale dimenticanza, è indispensabile un’attenta, analitica e profonda lettura di alcune pagine del libro ‘La Resistenza cremonese’ di Armando Parlato. L’autore spiega chi fossero i componenti della Primula rossa definiti dalla polizia, che li arrestò nel settembre 1944, ‘studenti sovversivi e ladri di un’associazione a delinquere’ e, dall’autore ‘come appartenenti alla microsocietà popolare del sottoproletariato’. Alla fine Parlato ci informa del loro nuovo arresto e della loro fine, questa volta nel maggio 1945, per ordine dei membri del C.L.N., del C.V.L. e del FdG.
Claudio Fedeli
(Cremona)


Il mercato musicale
Vietare il noleggio dei cd è un errore
Gentile direttore,
osservando le classifica dei cd ci si accorge che a mancare vi sono un infinito numero di lavori. Proprio quelli che un collezionista amerebbe avere nella propria lista. Questo avviene per colpa della decisione (Siae) di anni fa di rendere illegale il noleggio. Oggi i cd sono solo venduti. L’alto prezzo di vendita facilita solo il tipo di utente che ascolta un solo compact al mese senza acquisire alcun gusto musicale presente invece nel collezionista.
Silvio Pammelati
(Roma)

IL CASO
Nel dolore da un prete mi aspetto comprensione e conforto, non giudizi

Egregio direttore,
riporto un episodio increscioso avvenuto in una parrocchia della zona. Come da sempre ci hanno insegnato uno dei ruoli di un parroco è quello di portare conforto e speranza in una famiglia colpita da una tragedia. La tragedia della mia famiglia è quella di aver perso mio padre in brevissimo tempo, tre mesi. Tre mesi colmi di strazio, dolore e disperazione nel vedere mio padre spegnersi giorno dopo giorno; il fondamentale aiuto fisico e psicologico, oltre che da amici e parenti, ci è stato dato soprattutto dai medici e dagli infermieri delle cure palliative dell’ospedale di Crema che non solo accompagnano i malati nel loro ultimo cammino affinché sia senza sofferenze, dolori, patimenti e che sia sereno, ma anche e soprattutto sostengono i familiari portando loro conforto e appoggio. Una volta entrato in coma, a mio padre potevamo ‘solo’ somministrare farmaci per evitare i sintomi indotti dalla neoplasia, quali crisi epilettiche, soffocamento e dolori atroci alla testa; non potevamo nemmeno somministrare una semplice flebo di fisiologica perché, nelle sue condizioni, i liquidi si sarebbero accumulati nell’organo più debole, il polmone, e sarebbe morto per soffocamento. Ma il dolore e lo strazio provocati dalle condizioni di mio padre non sono paragonabili a quelli provocati dalle parole di un parroco pronunciate, senza cognizione di causa (ha effettuato studi di filosofia e teologia) e tra l’altro nel bar di un oratorio (non tenendo conto della privacy della famiglia e dei medici), dove ha espresso di fronte a diverse persone il suo pensiero: ‘Non è possibile non fare nemmeno una flebo a quell’uomo, lo stanno facendo morire di fame e di sete, non può una persona non bere! Lo stanno uccidendo’. Con queste parole, oltre ad aver messo in discussione il lavoro dei medici e degli infermieri delle cure palliative, ha fatto sprofondare ancora di più nel baratro della disperazione la nostra famiglia, facendoci sentire come delle aguzzine pronte a causare sofferenze al proprio caro; un cuore stretto nella morsa di un filo spinato non avrebbe sanguinato come quello mio e di mia madre. Dopo ciò ho deciso di organizzare un incontro tra il parroco e il medico che seguiva mio padre, affinché potesse spiegargli le condizione cliniche e lo scopo delle terapie in atto; ho espresso anche ciò che le sue parole avevano provocato in me e mia madre, mi sarei aspettate delle scuse, per la nostra famiglia e per i medici, e invece nulla. A questo punto mi chiedo: come può un servo della Chiesa pronunciare frasi così ingiuriose? Come possono i credenti pensare di trovare un appoggio in esso?
Michela Miragoli
(Cremosano)
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Non aggiungo altro. La sua lettera merita una riflessione seria. Il dibattito è aperto a tutti coloro che voglion intervenire.

AMARCORD
La povertà è in aumento e non può essere ignorata

Egregio direttore,
l’Istat ha stimato che in Italia ci sono milioni di famiglie residenti in condizioni di povertà assoluta! Tutte le volte che mi reco a Codogno soprattutto nei giorni di mercato (martedì e venerdì) incontro spesso persone che mi chiedono la carità, fuori dalla banca, al parcheggio, dal panettiere, al cimitero, malvestiti e con la mano protesa a chiedere qualche euro. Questo mi dà fastidio, ma poi mi ricordo che tempo fa c’era un mendicante di Casalpusterlengo che immancabilmente tutte le settimane veniva a chiedere l’elemosina casa per casa a Triulza dove abito, noi bambini allora lo chiamavamo ‘al puaret del giuedi’ (poveretto del giovedì) perché era questo il giorno che arrivava a Triulza. Veniva sempre al solito orario, cioè al calar del sole, sicuramente girava per altri paesi della bassa tra cascine e frazioni tutta la santa settimana. Io me lo ricordo vagamente, tutto grigio quasi doloroso col volto scavato dall’anzianità, con pioggia, vento, caldo sempre vestito uguale con le scarpe infangate perché attraversava i campi: allora non c’erano i poli industriali. Mi ricordo che aveva sempre un ombrello tutto nero, quelle poche volte che sono riuscito a parlarci diceva che oltre che per la pioggia era anche per un appoggio e autodifesa, passava davanti all’Arci (bar) se c’era poca gente si fermava a bere un ‘bianchino’ se no tirava dritto senza fermarsi per paura dei brutti commenti sul suo conto. La gente del paese l’aveva soprannominato ‘sachela’, perché aveva tasche enormi dei pantaloni dove metteva di tutto: pane, fazzoletti enormi che sembravano lenzuola, pezzi di lardo e altra roba da mangiare che riceveva dalle diverse famiglie. Un’altra volta mi disse che salvò una donna dal suicidio mentre si stava buttando nel brembiolo (un colatore d'acqua oggi diventato parco) si vantava talmente perché il marito lo aveva ricompensato profumatamente. Tante volte entrava in paese quasi di nascosto e si direbbe che proprio questo suo non apparire testimoniava l’annullamento prodotto dalla povertà, vedere la gente che gli passava oltre senza dargli niente mi sono rimasti profondamente impressi nella mente. Certo la povertà, soprattutto in questo periodo di forte crisi, è molto diffusa e non possiamo ignorarla, anche se non è quella di una volta ma bisogna far sentire a chi soffre che il nostro cuore è vicino, che soffriamo anche noi e forse siamo anche un po’ responsabili della loro miseria e dobbiamo metterci nella convinzione che non si tratta di elemosina ma di un atto di giustizia.
Filippo Boffelli
(Codogno)