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Venerdì 19 Ottobre 2018

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Lettere al Direttore del 25 Aprile

Lettere al Direttore del 25 Aprile

Parla di «flat tax progressiva»
Dite a Toninelli che è un ossimoro
Signor direttore,
Toninelli ha sentenziato: «La semplificazione fiscale è anche una nostra priorità. Una flat tax che non svantaggi le fasce più deboli e rispetti il criterio di progressività scolpito nella Costituzione per noi va bene».
Spiegate per favore a Toninelli che la flat tax progressiva non può esistere: è un ossimoro.
robin-hood@trash-mail.com

Pontevico
Grazie al Cavaliere per la ciclo-pedonale
Egregio direttore,
sono di Pontevico e sono il capogruppo consigliare di una lista civica del paese. Mi permetto di chiederle la pubblicazione della ‘lettera aperta’ al cavalier Arvedi.
«Gentile cavalier Arvedi, a nome del gruppo consiliare di opposizione Unire Pontevico, che da quattro anni rappresento in consiglio comunale, vorrei esprimerle il nostro sincero ringraziamento per l’opera che lei ha voluto donare alla comunità di Pontevico, oltre che a quella di Robecco d’Oglio. Erano anni che si parlava dell’importanza di collegare i due paesi con un percorso ciclo-pedonale che permettesse a chiunque di poterli raggiungere in tutta sicurezza. Oggi l’abbiamo grazie alla sua sensibilità e generosità che le fanno onore e che riportano alla mente la tradizione filantropica dei grandi imprenditori italiani del passato, sulle cui orme lei cammina. Nel porgerle di nuovo il nostro sentito grazie, ci auguriamo che questa sua attenzione verso i bisogni della comunità possa essere d’esempio e di stimolo per i giovani imprenditori di oggi».
Francesco Gobbi
(Pontevico)

Invasioni Botaniche
Le sedi non dipendono dall’Amministrazione
Egregio direttore,
in riferimento alla risposta data alla lettera della signora Palma Ziani sul quotidiano di oggi, vorrei precisare che il Comune non ha mai posto alcun veto per utilizzare il tratto di corso Garibaldi fino a palazzo Cittanova, anzi l’Amministrazione ha sempre auspicato che gli organizzatori mantenessero tutti gli spazi occupati nelle scorse edizioni, corso Garibaldi compreso. Il Comune collabora alle Invasioni Botaniche, ma l’organizzazione da sempre è in capo all’Associazione Botteghe del centro che ha scelto di modificare l’assetto dello scorso anno con motivazioni esplicitate e riportate anche sul suo giornale lo scorso 21 aprile.
Barbara Manfredini
(assessore alla Città vivibile e alla Rigenerazione urbana, Cremona)

Il XXV Aprile/1.
Da un polveroso diario il dramma e l’eroismo
Caro direttore,
metti che un bel giorno decida di riordinare una vecchia soffitta. Metti che su uno scaffale in alto, dove nessuno li può leggere, uno dietro l’altro, ordinati anno dopo anno, rinvenga dei diari, tanti diari, un’esistenza. Metti che tra i tanti diari ne rinvenga uno su tutti, che riporta disciplinato i giorni precedenti la Liberazione. Polveroso quel diario, consunto dal tempo certo, ma plenario di drammatiche verità. Inizio a leggerne alcune pagine, prendo un ritmo, pagina dopo pagina. Drammatico, cruento: gli invasori crucchi che con al fianco coloro che qualcuno, sulle pagine di questo stesso giornale, ha definito impropriamente «benefattori dell’italica patria», brillano per sentimenti ed azioni di inaudita violenza, atroci persecuzioni, di spogliazione delle nostre ricchezze nei confronti dei veri protagonisti della Liberazione che furono «…gli umili, le mamme nel loro silenzioso dolore, i contadini e gli operai nella loro resistenza alle minacce e alle violenze, i preti delle piccole parrocchie di montagna o dei grossi borghi che si misero dalla parte della gente. Tutte queste persone hanno intessuto la trama eroica di innumerevoli sacrifici». Quel diario ci ha dato le sue pagine, ci ha voluto far conoscere la Storia, ricca di inaudite violenze ed accadimenti, segnata da furiosa rabbia e massacri ad opera dei soliti impenitenti nostalgici, negazionisti a prescindere. Ma quanto nobili e sofferte mi sono apparse le pagine sulla Resistenza e sulla Liberazione fino al sacrificio della vita. Ogni adulto che ha visto, che fu testimone di ciò che accadde allora, suggerisca ai propri figli quanto in coscienza riterrà meritevole di riflessione.
Giorgino Carnevali
(Cremona)

Il XXV Aprile/2.
All’Italia di oggi serve un Risorgimento civile
Signor direttore,
la Festa della Liberazione è e dovrebbe essere la festa e l’impegno per ogni liberazione. In questo senso il 25 aprile è insieme memoria e futuro, coscienza che le libertà di tutti vanno rese effettive e continuamente conquistate là dove permangono ingiustizie, mafie, illegalità, sfruttamento. Più di un Rinascimento, l’Italia ha bisogno oggi dello spirito di un Risorgimento civile, come lo pensava Mazzini, e di una nuova Resistenza per battersi contro privilegi, egoismi, discriminazioni, razzismi. Per rigenerare la nostra democrazia è indispensabile recuperare lo spirito mai rassegnato dei partigiani, dei combattenti per la libertà contro ogni logica di potenza e di prepotenza. La Resistenza è l’anima della nostra Costituzione repubblicana e della nostra stessa democrazia che vuole l’indipendenza della patria, non la sua chiusura nazionalista; vuole società aperte e solidali, non società chiuse dominate da paure e xenofobia. Liberi e uguali di Cremona vuole ricordare in questo 2018 il Manifesto redatto a Ginevra nel 1944 da Altiero Spinelli in rappresentanza di 8 gruppi partigiani di 8 diverse nazionalità europee: contro il fascismo e il nazismo, contro i nazionalismi e la teoria dello Stato nazionale sovrano assoluto, per la sovranità dei popoli e per l’Europa comunità di destino. Per questo oggi non possiamo dimenticare e abbandonare le giuste richieste di libertà e rispetto dei diritti umani che salgono da tante parti del mondo: dai curdi e da altre minoranze in Siria, dai palestinesi, dagli Hazara, dai Rohingya, dai tibetani, dai saharawi e dai Nuba, da tante comunità oppresse dalla prepotenza degli eserciti nella repubblica Democratica del Congo, dalle comunità indigene dell’America latina. Urgente oggi riprendere il cammino interrotto del disarmo. Per questo Liberi e Uguali di Cremona chiama cittadini, associazioni, forze politiche e sociali ad operare perché l’Italia aderisca al Trattato internazionale di interdizione permanente delle armi nucleari. (...)
Liberi e Uguali di Cremona

Sul prendersi le responsabilità
La frase di Arvedi va al di là dello sport
Signor direttore,
mai banale, sempre profondo e trasversale il cavalier Giovanni Arvedi che, con la seguente essenziale, minimal, ma totalizzante frase «Ciascuno si prenda le sue responsabilità», al meglio fotografa, deluso, amareggiato e senza dedicarsi allo sport (il preferito da noi italiani) dello scarica barile, la crisi della sua Cremonese.
Già, pensiamoci un attimo, il pensiero del generoso mecenate imprenditore di Cremona non è forse allargabile alla vita, politica compresa, di tutti i giorni? Non siamo noi sempre impegnati, tra un social e l’altro, beh a cercare qualcuno da incolpare per qualcosa ignorando la nostra coscienza? Ad avercene di personalità illuminanti come il cavalier Arvedi. No?
Complimenti quindi a lui, alla Cremonese con l’augurio si riprenda presto, e al meraviglioso tifo grigiorosso che mai, contestando civilmente, alla Cremo ha fatto mancare l’apporto. Chapeau!
Stefano Mauri
(Crema)

Medici-scrittori di Soresina
Nuove segnalazioni. La ricerca si sviluppa
Signor direttore,
con queste brevi note desidero informare quanti seguono i miei articoli sui medici-scrittori di Soresina che sono emersi nuovi particolari sul dottor Alberico Rasori (vedi 4.3.2018) e Francesco Raineri (vedi 24.2.2018). Il primo scrisse il trattato ‘La sciatica: memorie del dottor Alberico Rasori (...)’ nel 1879, mentre esercitava a Monticelli Brusati, in Franciacorta. Su segnalazione del signor Alberto Previ, apprendiamo inoltre che pronunciò l’elogio funebre del collega Pietro Madonini, per quarant’anni medico condotto a Soresina. Del secondo scopriamo come, oltre che chirurgo condotto e primario dell’ospedale S. Croce e ostetricante, fosse anche oculista, con studio in Soresina a partire dagli anni ’50. E’ altresì autore di una tesi di laurea dal titolo ‘Dell’allattamento: dissertazione inaugurale che presentava Francesco Raineri (...)’, del 1852. Nel contempo sono giunte a buon punto le ricerche su una nuova figura di medico-scrittore, ossia l’illustre dottor Robert Fauvet, che esercitò come veterinario condotto a Soresina negli anni ’20 dell’Ottocento, e che occupa un posto di rilievo nella storia della veterinaria europea.
Maria Fortina Mainardi
(Soresina)

Record Store Day
Un grande successo. Verrà riproposto
Gentile direttore,
le scrivo in merito al recente weekend che ha celebrato il ‘record store day’, la giornata mondiale dei negozi e dei dischi in vinile, complici due meravigliose giornate di sole il centro di Cremona ha vissuto intense giornate di passione e musica, animate dal pomeriggio di sabato per le vie del centro dai favolosi dj cremonesi e su corso Campi anche domenica dalla novità dei banchi di una decina di espositori di dischi in vinile e memorabilia musicale provenienti da varie zone del Nord Italia. Innanzitutto ci tengo a ringraziare chi ha voluto e continua a credere in queste iniziative, ovvero le associazioni Stradjvari e Botteghe del centro e l’amministrazione comunale che ha messo a disposizione lo splendido ‘salotto’ di corso Campi. Io, che ho partecipato come espositore, mi sono messo a disposizione per coordinare il lato organizzativo in corso Campi, voglio testimoniare la perfetta riuscita dell’evento, ma soprattutto tengo a sottolineare ancora una volta quanto è la passione, curiosità e anche competenza dei cremonesi e non verso questo settore, cosa che mi è stata confermata anche dagli altri espositori, tutti soddisfatti e quasi sorpresi dai risultati ottenuti. E’ stata una data zero per questo evento e con alcune problematiche organizzative facilmente superabili, sicuramente avrà seguito, con Cremona e i cremonesi protagonisti. Anche questa è cultura, non dimentichiamolo e non disperdiamola.
Claudio Arisi
(Cremona) 

IL CASO
Il latte prima veniva demonizzato ora diventa il salvatore della salute
Egregio direttore,
fino a poco tempo fa si leggeva e si diceva che l’alimento più consumato al mondo (dopo l’acqua) cioè il latte, veniva demonizzato, criticato e maltrattato per tanti motivi di natura salutare, invece ora leggo con piacere e anche stupore (visto che erano tra questi) da parte della ‘Fondazione Veronesi’ in cui da loro studi in concomitanza con altri centri stranieri tra cui la principale autorità mondiale nella prevenzione del cancro legata alla dieta, peso e attività fisica - la Wcrf -, con studi specifici sul cancro al colon-retto, risulta che il latte è una risorsa indispensabile per la prevenzione, e addirittura la lattoferrina del siero di latte combatte i tumori celebrali.
Da queste ricerche risulta che il latte è un alimento ideale e importante per il nostro organismo di tutte le età, tra le tante proprietà ci sono i lipidi che danno tanta energia e che non è vero che fa ingrassare, ricco di fosforo, vitamine e di calcio che fa bene alle ossa tanto che risulta che le donne soffrano meno di osteoporosi in età adulta, abbassa la glicemia ed addirittura il diabete, ora si fanno anche i vestiti con la fibra di latte, con il filato ottenuto dalla caseina, con proprietà antibatteriche e stimola la circolazione sanguigna grazie alla sua capacità di traspirazione e assorbimento dell’umidità.
Il primo di giugno sarà la giornata mondiale del latte e per chi come me che lavora nel settore del latte da generazioni è una grande soddisfazione, e portare, con altri miei colleghi e professori universitari questa conoscenza agli studenti nelle scuole (la settimana scorsa eravamo a Vescovato all’asilo per la festa di primavera alla presenza del sindaco e ai dirigenti scolastici al gran completo) facendo anche propaganda sul consumo e sui benefici del latte 100 per cento latte italiano la soddisfazione è doppia.
Filippo Boffelli
(Codogno)
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Le diete salutistiche demonizzano di volta in volta questo o quel prodotto. Finalmente sta tornando alla luce la verità sul latte.

LA POLEMICA
Da Urbani a Sgarbi & C: il declino di Forza Italia
Signor direttore,
le invio questa lettera aperta a Silvio Berlusconi. «Egregio presidente dottor Silvio Berlusconi, chi le scrive è stato per alcuni anni un suo sostenitore e anche iscritto al partito dal lei fondato nel 1994. Ora le parlo a cuore aperto e sincero e vorrei semplicemente ricordarle alcuni passaggi di questa sua ventennale presenza in politica. Molti avevano riposto in lei le speranze di un cambiamento dell’Italia e io ero tra questi, non m’interessavano le sue vicende giudiziarie che ancor oggi credo siano in larga parte strumentali (infatti hanno sempre avuto un timing perfetto come una bomba a orologeria) e nemmeno le sue vicende più o meno galanti perché come disse il suo amico (a proposito viste le sue ultime posizioni sulla vicenda siriana lo è ancora?) Vladimir Putin: «Se Silvio anziché andare a donne fosse andato a uomini nessuno avrebbe avuto da ridire?». Quello che mi interessava era la riforma dello Stato, la tanto predicata ‘rivoluzione liberale’ che non solo non è mai arrivata, ma nemmeno fu accennata. A sua discolpa va una buona dose di sfortuna che ha caratterizzato la sua esperienza di governo perché appena vinte le elezioni arrivarono le disgrazie: nel 2001 le torri gemelle e la crisi economica e nel 2008 la grande depressione economica (ancor oggi irrisolta) e poi il terremoto in Abruzzo. Però, mi consenta: lei ha fatto un po’ poco, per tenere a freno la spesa pubblica; bastava, come disse lo sbeffeggiato da lei Oscar Giannino perché non laureato, lasciarla ferma e oggi ci saremmo trovati un rapporto debito/Pil ampiamente inferiore al 60% prescritto dall’Ue. Purtroppo furbescamente lei, approfittando delle difficoltà economiche francesi e tedesche negli anni 2002/2003, chiuse un occhio sulla procedura d’infrazione a loro carico per deficit eccessivo e i ‘partner europei’ le consentirono di ampliare il debito. Non volle nemmeno guardare alla crisi del sistema bancario che già si manifestava nei primissimi anni duemila con i casi Parmalat e Cirio e nemmeno alla progressiva deindustrializzazione della nazione, anche allora tutto si concentrò sull’articolo 18 e le pensioni (e su questo purtroppo i suoi avversari di sinistra hanno fatto negli anni successivi molto peggio di lei). Nel 2010 scoppiò la grana greca e scucì senza battere ciglio i soldi richiesti da Merkel e Sarkozy per salvare non la Grecia ma le loro banche e l’anno successivo si ripresentò Sarkozy guerriero contro Gheddafi e lei subì impassibilmente il colpo. E poi come la ripagarono questi amici europei? Con il dileggio, il ben servito e la nascita del governo Monti. Da allora ad oggi lei mi è diventato sempre più incomprensibile. Le sue mosse mi sono apparse come dettate dal desiderio di chissà quale necessaria riabilitazione. Come si può denunciare la nascita di governi non voluti dalla volontà popolare e poi votare una seconda volta lo stesso presidente della Repubblica che ne fu il vero padrino? Criticare l’operato del governo Monti pur avendo votato tutti i provvedimenti da lui proposti? Addirittura nelle ultime elezioni politiche farsi garante in Italia di Bruxelles quando ormai si tratta semplicemente di un duo franco-tedesco tutt’altro che solidale e alla prova dei fatti sempre più ostile all’Italia? E da ultimo i suoi shows al Quirinale per le consultazioni esortando i giornalisti far risaltare i sinceri democratici e poi la sua Mediaset la sera stessa licenzia Mario Giordano, Maurizio Belpietro e Paolo del Debbio perché le loro denunce favorirebbero i tanto vituperati populisti anche se ufficialmente è la mancanza di audience delle loro trasmissioni? Lei probabilmente teme lo sfaldarsi del suo partito e ha ragione ma qui se qualcuno ha delle colpe è proprio lei che nel corso degli anni ha sempre tenuto in disparte coloro che anche minimamente potevano farle ombra così Forza Italia è partita da Della Valle, Urbani, Calligaris, Martino, Guidi (per citarne qualcuno) per arrivare oggi a Gasparri, Brunetta, Sgarbi e Carfagna e se mi consente, dottor Berlusconi, non sono la stessa cosa.
Gabriele Marchetti
(Torricella del Pizzo)

L'INTERVENTO
Sovranismo, europeismo e arrocco ideologico
Nel suo sapiente dosaggio di colpi di scena e calma piatta la gestazione del nuovo governo tiene gli italiani incollati alla tv come ai tempi dei grandi sceneggiati. In effetti, c’è molta ‘Fiera della vanità’, buona dose di ‘Orgoglio e pregiudizio’ e quel bacio murale fra Salvini e Di Maio è degno di ‘Via col vento’. Che i due friggano dalla voglia di governare l’Italia, nella stravagante idea che sia Paese governabile, ci conferma in fine che Shakespeare aveva capito tutto: noi umani «siamo fatti della materia dei sogni». Con la dura realtà farà i conti chi avrà la dubbia fortuna di aggiudicarsi palazzo Chigi. Non solo è gigantesca la misura dei problemi ma è nuova la natura della contesa che, di fatto, si disputa ormai fra sovranisti ed europeisti/globalisti. Su quel terreno destra e sinistra fanno dunque confluire in ordine sparso e trasversale le loro legioni superstiti. Ci salveremo dall’attuale marasma solo rialzando qualche ponte levatoio in nome del sacro egoismo nazionale, come suggeriscono i sovranisti? O è più efficace la ricetta inversa: non richiudersi bensì abbandonarsi al burrascoso ma pescoso mare aperto del mondo globale? Il dilemma ha un nucleo filosofico: il villaggio globale offre opportunità ma abbatte garanzie. Il villaggio locale fa il contrario. Quale valore è preferibile? Nel frenetico riposizionamento generale può così succedere che la rossa Camusso pur di riavere il protettivo articolo 18 cancellato da Renzi, faccia asse coi grillini che, da sedicenti rottamatori di cariatidi, rischiano di diventarne, come da tempo sospettiamo, decisivo puntello.
Ma sovranismo ed europeismo non sono, in fondo, che due generiche dichiarazioni di principio. Le cose, invece, si complicano parecchio non appena si scenda coi piedi per terra calandosi nello specifico del contesto italiano. Ricetta sovranista: lo stato recuperi quote del potere decisionale ceduto agli organismi comunitari e si concentri sul supremo bene dell’interesse nazionale. Ingredienti della ricetta: sapere cos’è il vero interesse nazionale e disporre di uno stato in grado di intendere e di volere. Se si auspica una sovranità più muscolare la precondizione è infatti che lo stato vi sia strutturalmente e culturalmente predisposto. Quel che sfugge all’acerbo semplicismo dei politici di nuova leva è che la statualità è impasto oltremodo complesso e risente di fattori storico ideali di lunga durata, culture politiche di antico insediamento e così via. Prima ovvietà: l’Italia come sede dello Stato Vaticano vive in regime di doppi comandi, Stato e Chiesa. Persa una guerra, è collocata in una rete di vincolanti Trattati internazionali, tipo la Nato di rinverdita attualità. Di Maio ha tranquillizzato i cittadini del sistema solare in trepidante attesa del suo Verbo: no, non intende uscire dall’Alleanza Atlantica. Quand’anche volesse non potrebbe. I nostri Trattati non sono materia referendaria. Per modificarli occorre una complessa procedura di revisione costituzionale. In generale, segnali di una sovranità statale convintamente declinata ne vediamo pochini. Difesa dei confini: Minniti sta bene dimostrando che con adeguata disinvoltura negoziale l’arrembaggio migratorio si può contenere. Si può se si vuole. Ma di norma non si vuole. Altra Caporetto: giustizia, certezza della pena, cultura della legalità, questione meridionale diventata questione nazionale. Ottimi, spesso eroici, servitori dello stato si misurano da un secolo e mezzo in disperato corpo a corpo con una criminalità che dal Sud si è estesa al resto del paese fino a dettarne, in molti casi, l’agenda politica. Il che rende drammaticamente labile la linea di confine fra stato e antistato. E ancora: sovranità statuale presuppone efficienza della macchina amministrativa, cioè che gli input del centro arrivino a terminali operativi in grado di metabolizzarli e a una burocrazia positivamente orientata verso il cambiamento. E’ il nostro caso? Ragionevole chiedersi su quali leve contano i sovranisti per aumentare gli attributi sovrani di uno stato che non manda a pieno regime nemmeno quelli di cui già dispone. Analoghi dubbi sorgono non appena si mettano a confronto gli astratti postulati di un certo europeismo con i concreti margini di manovra di un’Italia che fatica da sempre a convertire l’universale prestigio storico di cui gode in forza contrattuale concretamente spendibile. Per consumata vocazione diplomatica e mediativa avremmo ben altro ruolo nella gerarchie comunitarie se l’Europa fosse davvero quel che prometteva d’essere: spazio geostrategico per costruire, con progressiva integrazione politica fra gli stati, una dimensione sovranazionale allineata a valori alti. Così non è stato. La dominante economico finanziaria seleziona e diversifica producendo gerarchie di tutt’altra natura. Un indizio? Nella platea comunitaria i giudizi di valore dipendono ormai dai giudizi di fatto e i peccati sono mortali o veniali a seconda del rango di chi li commette (vedi Francia coi clandestini). E’ tuttavia questo il mondo reale in cui sovranismo all’italiana ed europeismo all’italiana tentano la loro difficile strada. Se la dialettica delle loro posizioni alternative ha in gran parte ereditato quella precedente fra destra e sinistra, cerchi di non ereditarne il più grave limite politico: l’arroccamento pregiudiziale sulle rispettive verità di parte, sacrificando spesso alla logica del muro contro muro la soluzione dei problemi e gli interessi del Paese.
ADA FERRARI

Ne parlo con...

Aggregazione con Drizzona
Non è una fusione, resti il nome Piadena

Signor direttore,
sono un cittadino di Piadena e vorrei esprimere il mio personale pensiero sul progetto di aggregazione dei Comuni di Piadena e Drizzona in corso di definizione. Tre sono i punti che vorrei chiarire.
1) Sì all’aggregazione dei due Comuni, era da proporre prima magari allargandola anche al Comune di Voltido.
2) No alla fusione. Volutamente l’ho definita aggregazione, in quanto tecnicamente questo progetto non può chiamarsi fusione. Troppo diversi i numeri e i rapporti in gioco, almeno 5 a 1 a favore di Piadena.
Nel mondo economico questo progetto non sarebbe mai passato come tale, ma la politica sa creare degli ibridi con estrema facilità. A questo i cittadini di Piadena sono già allenati, avendo quale sindaco, una cittadina di Drizzona che molto ha inciso nelle scelte, affermando che la «fusione» era il modo migliore per dare a questo progetto un segno di democrazia.
La vera democrazia a cose fatte, saranno i servizi e le attenzioni che non dovranno discriminare in alcun modo i cittadini di Drizzona, la comunità minoritaria.
3) No al cambio di denominazione. Se è possibile accettare la forma della fusione, sono fermamente convinto che un nuovo nome non ha nulla di democratico per i cittadini di Piadena e non produce alcun beneficio o utilità al progetto.
Così facendo mi sembra che siano proprio quest’ultimi a passare dalla parte minoritaria ed a subire un progetto che li chiama anche alla rinuncia del nome. Vorrei pertanto invitare i cittadini di Piadena ad esprimere fermamente il mantenimento del nome Piadena al nuovo Comune, presentando tale richiesta entro le ore 10 del 5 maggio prossimo, presso gli uffici comunali.
In caso contrario, al referendum ci troveremo a votare un nome già confezionato, che ci chiamerà spesso a dare spiegazioni. Lo dico con cognizione di causa, visto che sulla mia carta di identità appare ‘Pescarolo ed Uniti’. Drizzona rimarrà una località del Comune di Piadena come oggi lo è Vho e penso che i cittadini di Drizzona questo ‘democraticamente’ lo potrebbero accettare.
Gianpaolo Beltrami
(Piadena)


Nella Resistenza anche cattolici, liberali e militari
Egregio direttore,
mi chiedo e le chiedo, un po’ polemicamente, se non sia giusto arricchire il medagliere del labaro dell’Anpi dell’apporto storico delle formazioni partigiane cattoliche, liberali, dei reparti militari inquadrati nel ricostituito Esercito Italiano e, non ultimo, dell’Associazione ex Internati nei lager nazisti che, come riportato su un documento rilasciato a un mio carissimo congiunto nel trentesimo anniversario della liberazione (1975), recita: «Uno dei ‘seicentomila no’ che resistendo nei lager combatterono per la libertà».
William Loda
(Castelvetro Piacentino)