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Lunedì 27 Febbraio 2017

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L'INTERVENTO

Diventare adulti nell'epoca dei social

Abitua a modalità di relazione a distanza e mediate e allontana dal confronto faccia a faccia, diretto

Diventare adulti nell'epoca dei social

L’introduzione e la diffusione di un nuovo strumento di comunicazione ha sempre comportato modifiche importanti nella struttura e nell’organizzazione della vita delle società. È stato così per l’introduzione della scrittura nelle culture orali, per l’invenzione della stampa a caratteri mobili nel ‘400, poi con l’avvento dei mezzi di comunicazione di massa nel ‘900 e oggi con la diffusione dei new media. Ognuna di queste transizioni epocali è stata accompagnata da un importante dibattito sui cambiamenti prodotti e sugli effetti a lungo termine generati da questi cambiamenti. L’utilizzo di un nuovo medium non significa, infatti, semplicemente, continuare a dire e fare le stesse cose utilizzando uno strumento diverso; comporta, invece, una profonda trasformazione cognitiva (una trasformazione del modo in cui organizziamo il pensiero) e relazionale (una trasformazione del modo in cui stringiamo e manteniamo relazioni sociali). Cambia il modo di fare esperienza, conoscere, provare emozioni, comunicare. In sintesi, il nostro modo di essere uomini e donne. La rapida e capillare diffusione dell’utilizzo dei social network tra le nuove generazioni, che abbiamo l’opportunità storica di osservare come testimoni privilegiati, produce una nuova ‘forma dell’umano’. Incentiva un pensiero paratattico e frammentato, più incline all’accumulo e alla giustapposizione di concetti che alle subordinazioni e gerarchie logiche; enfatizza la potenza evocativa delle immagini, proposte a ritmi rapidi e incalzanti, a scapito della lettura lineare di un testo e della riflessione interiore che lo accompagna.

Ci abitua a modalità di relazione a distanza e mediate e ci allontana dal confronto faccia a faccia, diretto; permette di dare libero sfogo al nostro narcisismo e all’esibizione dell’Io (cosa mangio, cosa faccio, cosa compro), piuttosto che incentivare l’ascolto dell’Altro; rende possibile un accesso pressoché illimitato e straordinario alle informazioni, senza però darci gli strumenti critici per selezionare, vagliare e nemmeno il tempo necessario affinché esse si sedimentino in conoscenza. La nuova comunicazione alimenta nuove forme di controllo (in famiglia, tra amici, nella vita di coppia), un impellente desiderio di dire e sapere tutto e subito; un bisogno estremo di approvazione, consensi, riconoscimento. Per un singolare slittamento semantico, ‘condividere’ significa sempre più spesso parlare e ‘postare’ continuamente di sé e su di sé: un flusso monologico ininterrotto. Il compito del ricercatore sociale non è quello di proporre un improbabile ritorno al passato, di colpevolizzare, di stigmatizzare, ma quello di rendere consapevoli gli individui delle dinamiche nascoste (e delle sottese strutture di potere) che guidano comportamenti all’apparenza normali, ovvii, giusti. Chi affronta, su base scientifica, questo tema deve mostrare le stesse cose sotto luci diverse. Invitare alla riflessione, all’approfondimento, alla consapevolezza. La proposta di astensione di una settimana dai social network per gli studenti delle classi del triennio dell’indirizzo multimediale del Liceo Artistico Munari di Crema, che ho coordinato insieme ad alcune insegnanti, si inserisce in questo ambito. Fermarsi una settimana per riflettere sulle motivazioni che stanno dietro il bisogno continuo di comunicare; sulle ragioni della necessità di fare selfie e ‘condividere’; sulle emozioni e sui sentimenti che si provano se privati della nostra indispensabile protesi, lo smartphone. Con gli studenti che hanno accettato la sfida, non sono state utilizzate forme di controllo (peraltro oggi pressoché impossibili) o incentivi particolari. Abbiamo puntato sulla responsabilizzazione rispetto agli obiettivi del progetto e presentato questa esperienza come un’opportunità di introspezione personale e di analisi sociale. I risultati numerici — tre studenti su quarantasei sono arrivati alla fine della prova — non possono che invitarci a interrogarci in profondità su quanto avviene nelle nostre case e nelle nostre aule. Credo, infatti, che il problema non si possa affrontare sottolineando di continuo la ‘dipendenza’ dei giovani dai social, quanto, piuttosto, con un’importante assunzione di responsabilità da parte degli adulti sulla qualità dei contesti di socializzazione che abbiamo offerto e offriamo alle nuove generazioni. I termini utilizzati dagli adolescenti nel diario introspettivo che abbiamo chiesto loro di produrre — ‘bisogno’, ‘senso di vuoto’, ‘isolamento’, ‘abbandono’, ‘noia’ — ci aprono, infatti, un varco per accedere alla comprensione di comportamenti all’apparenza incomprensibili (ad esempio, cinque ragazzi ad un tavolo in una pizzeria in silenzio, ognuno chino sul proprio smartphone) ma anche all’analisi delle nuove forme di bullismo, come ai modi per sollecitare sopite risorse espressive. La lettura dei dati raccolti, che seguirà nei prossimi mesi, potrà contribuire a rendere noi, genitori ed educatori, interlocutori all’altezza della complessità che vivono quotidianamente i nostri giovani, impegnati nel ‘diventare adulti nell’epoca dei social’.

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09 Febbraio 2017

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