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8 luglio 1951

La storia di Amilcare Ponchielli, il figlio prediletto di Paderno. Ma le spoglie riposano al Famedio dei Grandi a Milano

La storia di Amilcare Ponchielli, il figlio prediletto di Paderno. Ma le spoglie riposano al Famedio dei Grandi a Milano

Amilcare Ponchielli è nato il 31 agosto 1834 in Paderno Fasolaro: così si chiamava allora la borgata di Paderno Cremonese che estende la sua pingue terra ai confini di Casalbuttano. 

Questa denominazione, innocua, ma banale, riusciva ostica alla popolazione ed ai suoi amministratori, i quali, dopo il successo di Amilcare Ponchielli nell'opera «I Promessi Sposi» (rappresentata il 15 settembre 1856 al Teatro Concordia di Cremona) inoltrarono una «supplica » all'I. R. Governo perchè il nome di Paderno Fasolaro fosse sostituito con quello di Paderno Cremonese. Nel registro battesimale dell'anno 1834 della Parrocchia di S. Dalmazio in Paderno, sotto il n. 49 leggesi: «Anno Doni millesimo octingentesimo trigesimo quarto: Die vero prima septembris ad. m Revnd. us D.uus Alcysius Cogrossi curatus coad. or huius Parocciae baptizavit infantem masculum heri hora undecima pomeridiana natum ex Ioanne Ponchielli fil. Iosephi. et Catharina Mora fil a Pétri ex hac Paroccia, cui impositum fuit nomen Amilcar Ioseph: Patrini fuerunt Carolus Chizzini fil. Q. Iosephi ex Paroccia Sorexinae et Florinda Griffini fi. a Francisci ex hac Paroccia; ac pro fide Carolus Cavagnari Archo.r».

Il padre, Giovanni Ponchielli, era insegnante elementare ed organista, e per migliorare il magro stipendio, teneva aperta una botteguccia di «sali tabacchi ed altri generi ». L'autore di « Gioconda » ebbe le prime rudimentali lezioni di musica dal padre che. all'età di 9 anni, lo affidò al Maestro Gorno di Casalbuttano, autore di varie sinfonie che per mezzo secolo hanno deliziato gli organisti ed i fedeli delle nostre chiese. Gli allievi (così mi narrava l'organista Puerari) erano parecchi e pagavano al Maestro due svanziche mensili: erano però tenuti a spaccare la legna e trasportare sul solaio i torsoli di granoturco che la Fabbriceria della Chiesa inviava al Maestro a complemento della paga di organista.

Incoraggiato dal Gorno, Amilcare Ponchielli affrontò gli esami di ammissione al Conservatorio di Milano dove venne accolto a dodici anni quale alunno convittore gratuito, per interessamento del senatore Stefano Iacini. La leggenda che Ponchielli fosse restio a lasciare la casa paterna e che il padre sia stato costretto a caricarlo di una « gerla » affidata alle robuste spalle di mi contadino, per il trasporto al Conservatorio, non ha alcun fondamento di verità.

Dal Conservatorio — dove ebbe, fra gli altri, a maestro, Lauro Rossi, e dove compose Ouverture campestre che costituì la più luminosa rivelazione del suo genio creativo — uscì carico di allori e di diplomi e, col cuore pieno di speranze, venne a stabilirsi a Cremona.

I primi anni furono assai duri: viveva stentatamente, coi proventi delle lezioni di pianoforte e con lo stipendio di organista della chiesa di S. Ilario (100 svanziche all'anno). E quando poteva mettere in serbo qualche svanzica, si recava, a piedi, a Paderno, per offrirla ai suoi buoni vecchi.

In tali condizioni visse per un decennio, né gli valse il successo dei « Promessi Sposi » che venne attribuito a campanilismo, per il che nessun editore volle pubblicare la sua opera.

Ma, dopo tante sofferenze, spuntò finalmente l'alba radiosa della gloria: la sua opera « I Promessi Sposi » aveva trionfato al Teatro Dal Verme di Milano e, sulla fronte corrucciata del Maestro, passava finalmente un lampo di luce serena. Teresina Brambilla, la impareggiabile «Lucia» che col Maestro aveva condivisi gli onori del successo, gli donava il suo amore e Ponchielli, incoraggiato da impresari ed editori, preparava all' arte i due gioielli musicali: «Lituani » e « Gioconda ». Paderno Cremonese, che seguiva con orgoglio i trionfali successi del suo grande figlio, era in festa: il Consiglio Comunale si radunava in seduta straordinaria, ed, insieme alla cittadinanza, deliberava di conferire al Maestro una grande medaglia d'oro.

Al successo dei « Lituani » seguì quello ancor più grandioso dell'opera « Gioconda » (Scala, 8 aprile 1876). E fu nell'allestimento di quest'opera — da lui prediletta, perché scritta « col cuore » — che recatosi a Piacenza in un crudo inverno, si ammalò di violenta polmonite che lo trasse alla tomba.

05 Luglio 2018