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Giovedì 20 Settembre 2018

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17 agosto 1952

A 28 anni dalla scoperta alla Quartarella del cadavere di Matteotti perché le nuove generazioni apprendano il culto della libertà

Giacomo Matteotti

Cronologia: Giacomo Matteotti, deputato socialista nel 1919; segretario del Partito Socialista Unitàrio nel 1922; il 30 maggio 1924 pronunciò un discorso dì documentata accusa circa i metodi coi quali il fascismo si era assicurata la maggioranza nelle elezioni. Il seguente 10 giugno, mentre usciva di casa, sul Lungotevere che ora porta il suo nome, presso il Ministero della Marina, fu fatto salire a forza in una automobile che lo aspettava e a causa della colluttazione che ne seguì, méntre uno degli aggressori con una cinghia da calzoni passatagli intorno al collo e tenendogli un ginocchio sullo stomaco cercava dì tenerlo immobile, ebbe uno sbocco di sangue e morì. Sorse il problema di come  liberarsi dell'incomodo cadavere, poiché nel momento della morte gli esecutori materiali del misfatto, ebbero paura della propria responsabilità. Protezione poteva venir loro soltanto da Mussolini e l'automobile si diresse verso Palazzo Chigi che, in quell'epoca, era — prima dì Palazzo Venezia — sede del capo del governo. Il portone chiuso, impedì la sosta e forse l'abbandono della salma in quél cortile, e, pertanto, a lungo, i colpevoli cercarono un posto dove nascondere il cadavere.

In località «La Quartarella » ai margini della Cassia, nei pressi di un piccolo pittoresco cimitero, entro una macchia, servendosi di una vecchia baionetta e di uno scalpello in dotazione all'automobile, scavarono una fossa e ve lo seppellirono, così superficialmente che la terra faceva mucchio e con molta facilità le bestie della boscaglia, poterono metterne allo scoperto alcune parti. Le ricerche furono per molto tempo inutili. Il 12 agosto, il cane di una guardia giurata, scoprì in un cunicolo stradale, una giacca. Era quella di Matteotti che non si è mai saputo perchè era stata tolta al deputato socialista, forse come macabro cimelio e come pezza giustificativa del delitto commissionato. Fu l'indizio che portò alla scoperta, il giorno di ferragosto del 1924, del corpo dell'estinto.

Sono passati da allora 28 anni. Il nome di Matteotti, come, quello di un martire dell'idea è passato alla storia e a lui si intitolano strade e piazze di città non soltanto italiane. Ma vi sono generazioni che non sanno: altre che sono cresciute nell'atmosfera diffamatoria con la quale si tentò di velare il rimorso. Per esse è fatta questa rievocazione. 

 

Giacomo Matteotti vide nascere nel Polesine il movimento fascista come schiavismo agrario, come cortigianeria servile degli spostati verso chi li pagava; come medioevale crudeltà e torbido oscurantismo verso qualunque sforzo dei lavoratori volti a raggiungere la propria dignità e libertà. Con questa iniziazione infallibile Matteotti non poteva prendere sul serio le scherzose teorie dei vari naziònalfascisti, né i mediocri progetti machiavellici di Mussolini: c'era una questione più fondamentale di incomparabilità etica e di antitesi istintiva.

Sentiva che per combattere utilmente il fascismo nel campo politico occorreva opporgli esempi di dignità con resistenza tenace. Farne una questione di carattere, di intransigenza, di rigorismo.

Così s'era condotto contro t u t t i i ministerialismi, senza piegarsi mai. Nel '21 al prefetto di Ferrara che lo chiamava in un momento critico della lotta agraria aveva risposto per telefono: «Qualunque colloquio tra noi è utile. Se lei vuole conoscere le nostre intenzióni non ha bisogno di me perchè ha le sue spie. E delle sue parole io non mi fido ». Non fu mai visto cedere alle lusinghe degli uomini del potere costituito né salire volentieri le scale della prefettura.

S'era così creata intorno a lui un'atmosfera di àstio pauroso da parte degli agrar i : méntre lo stimavano, capivano che l'avrebbero avuto nemico implacabile.

Il 12 marzo 1921 Matteotti doveva parlare a Càstelguglielmo. La lotta si era fatta da alcuni mesi violentissima; s'era avuto in Polesine il primo assassinio. Quel sabato egli percorreva le strade in calesse e Stefano Stievano di Cincara, sindaco, gli era compagno. Ciclisti gli si fanno incontro dal paese per metterlo in guardia: gli agrari Sianno preparato un'imbosca. ta. Matteotti vuole che lo Stievano torni indietro^ e compie da solo il cammino che avanza. A Castelgughelmo si nota infatti movimento di fascisti assoldati; una folla armata: alla sede della Lega lo aspettano i lavoratori e Matteotti parla pacatamente esortandoli alla resistenza: ad alcuni agrari che si presentano per il contradditorio rifiuta; era di costoro una vecchia tattica quando volevano trovare un alibi per la propria violenza: parlare ingiuriosamente ai lavoratori per provocarne la reazione facendoli cadere nell'insidia. Matteotti si offre invece di seguirli solo e di parlare lilla sede agraria: così resta convenuto e dai lavoratori riesce ad ottenere che non si muovano per evitare incidenti più gravi.

Non so se il coraggio e la avvedutezza parvero provocazione. Certo non appena egli ebbe varcata la soglia padronale — attraverso doppia lìla di armati — diméntichi del patto gli sono intorno fu renti le rivoltelle in mano, perchè s'induca a ritrattare ciò che fece alla Camera e dichiari che lascierà il Polesine.

— Ho una dichiarazione sola da farvi: che non vi faccio dichiarazioni.

Bastonato sputacchiato non aggiunge sillaba, ostinato nella resistenza. Lo spingono a viva forza in un camion sparando in alto tengono lontano i proletari accorsi in suo aiuto. I carabinièri rimanevano chiusi in caserma. Lo portanon i n  giro per campagna con la rivoltella spianata e tenendogli il ginocchio sul petto, sempre minacciandolo di morte se non promettesse di ritirarsi dalla vita politica. Visto inutile ogni sforzo finalmente si decidono a buttarlo dal camion nella via.

Matteotti percorre a piedi dieci chilometri e rientra a mezzanotte a Rovigo dove lo attèndevano alla sede della Deputazione provinciale per la proroga del patto agricolo il cav. Piero Mentasi, popolare, l'avvocato Alfieri, fascista, in rappresentanza dei piccoli proprietàri e dèi fittavoli; Giovanni Franchi e Aldo Par ini rappresentanti  dei lavoratori. Gli abiti un poco in disordine, ma sereno e tranquillo. Solo dopo che uscirono gli avversari, rimproverato dai compagni per il ritardo, si scuso sorridendo: — «I m'ha robà. Aveva riconosciuto alcuni dei suoi aggressori, tra gli altri un suo fittavolo a cui una volta aveva condonato l'affitto : ma non volle farne i nomi. Invece assicurò che mandanti dovevano essere il comm. Vittorio Pela di Castelguglielmo e i Finzi di Badia.

Poiché si parlò e si continua a parlare di violenze innominabili che Giacomo Matteotti avrebbe subito in questa occasione è giusto dichiarare con testimonianza definitiva che la sua serenità e impassibilità, di cui possono far testimonianza i nominati interlocutori di quella sera, ci consentono di esclùdere il fatto e di ridurlo ad una ignobile vanteria fascista.

La storia di questo rapimento è tuttavia impressionante e la prova può dirci con quale animo Matteotti andasse poi incontro alla morte. Ne aveva il presentimento. A Torino il giorno della conferenza Turati un profugo veneto gli chiese: — Non t i aspetti una spedizione punitiva da qualche Farinacei? Rispose testualmente cosi:  — Se devo subire ancora una volta delle violenze saranno i sicari degli agrari del Polesine o là banda romana della Presidenza.

Come segretario del Partito Socialista Unitario aveva condotto la lotta Contro il fascismo con la più ferma intransigenza. Rimane il suo volume: Un anno di dominazione fascista, un atto d'accusa complèto, fatto alla luce della coscienza morale ed egli stesso compariva dove il pericolo era più grave, incognito suo malgrado, a dare lo esempio. Talvolta osò tornare in Polesine travestito, nonostante il bando, con pericolo di vita a rincuorare i combattenti.

Egli rimane come l'uomo che sapeva dare l'esempio. Era un ingegno politico quadrato, sicuro; ma non si può dire quel che avrebbe potuto fare domani come ministro degli interni o delle finanze: ormai è già nella leggenda.

Ho una lettera di un lavoratóre ferrarese, scritta il 16; giugno: " Come, puoi figurarti qui non si parla altro e i giornali non fanno in tempo ad  arrivare in piazza perchè sono strappati ai rivenditori e letti avidamente. La deplorazione è unanime e il risveglio non più nascosto. Pare che l'incantesimo della paura sia infranto e là gente parla senza titubanze. La perdita però porterà i suoi frutti di libertà e di civiltà che renderanno allo spirito eletto del nostro Grande la pace e la gioia per il sacrificio compiuto. Matteotti era un 'uomo-da affrontare la morte volontariamente se questo gli fosse sembrato il mezzo adatto per r i d a r e al proletario la libertà perduta ».

Non si può immaginare una commemorazione più spontanea e più generosa. Come se i lavoratori abbiano sentito in lui la parola d'ordine. 

 Piero Gobetti

14 Agosto 2018