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Mercoledì 12 Dicembre 2018

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7 ottobre 1960

Figure tipiche provinciali

Figure tipiche provinciali

"Bona, il re dei tetti" - La "pesadora,, di Soresina - Cremonesi all'estero

"Bona, il re dei tetti"

SONCINO, 6. — La chiesa della Pieve di Soncino, in vista della cattiva stagione, ha fatto la «toletta» autunnale. Primi ad essere di scena sono stati i muratori che hanno ripassato il tetto del tempio, scongiurando così il pericolo che qualche infiltrazione d'acqua scendesse ad intaccare i tesori contenuti nell'edificio. Ha poi fatto la sua apparizione l'idraulico che ha provveduto a cambiare quella parte dei canali di scarico che oramai, per raggiunti limiti di età, non rispondevano più al loro compito. E' stato così che i soncinesi hanno potuto gustarsi l'annuale spettacolo di «Bona» che, nonostante le sue settanta primavere, se ne stava in bilico sullo spigolo terminale del tetto per eseguire il suo lavoro.

«Bona» è una figura tipica di Soncino. Il suo vero nome è Giuseppe Garattini ma forse nemmeno lui se ne ricorda, tanto è abituato a sentirsi chiamare con l'augurale soprannome. Da quando ha messo i pantaloni lunghi, fa l'idraulico. La sua passione sono però i tetti.

Quando «Bona» si trova «in alto» a riparare un canale e dà un'occhiata all'intorno, gli sembra di essere padrone del mondo. Non ha mai avuto un capogiro in vita sua, né gli è mai capitato di mettere un piede in fallo. I tetti sono il suo mondo, così come l'aria per gli uccelli e l'acqua per i pesci. Vederlo sgambettare da uno spigolo all'altro fa venire i brividi alla schiena. «Bona» però non ci bada: infatti è solito dichiarare che il giorno più bello della sua annata lo trascorre sulla cima della torre civica che, nella foto di Nobilini, si scorge sullo sfondo, alla sinistra del nostro simpatico vecchietto. Quel giorno Giuseppe Garattini deve trasformarsi anche in muratore, perché nessun altro si fida a salire fin lassù: lui invece ci si trova come a casa sua.

La "pesadora,, di Soresina a riposo dopo cinquant'anni

SORESINA, 6. — Dopo cinquant’anni di onorato servizio la signora Marcella Galli vedova Spagnoli ha lascia-to la pesa pubblica di piazzale Crema della quale era titolare per ritirarsi a meritato riposo.

La «pesadora», come tutti la chiamavano, aveva assunto la gerenza nel lontano 1910 quando la pesa era ancora minuscola e col pontone in legno che a mala pena poteva contenere nel ristretto spazio i carri agricoli e i carretti a due ruote. Per questi ultimi era necessario staccare il cavallo perché non ci stava in lunghezza. La «pesadora» conosceva tutti i trucchi più svariati con i quali molti imbroglioni cercavano di sorprendere la sua buona fede e invariabilmente li scopriva sicché poco per volta la sua clientela si era fatta sempre più numerosa apprezzando in lei l'onestà, la dirittura morale e l'imparzialità.

Fu una festa quando la vecchia pesa fu sostituita con l'attuale moderna, vasta, automatica e adatta ai colossali autocarri con rimorchio. L a signora Marcella, molto sensibile ad ogni progresso, ne fu entusiasta e con l'istituzione dell'apposito stanzino passava le sue giornate sempre al suo posto di lavoro. Perché lei svolgeva le sue mansioni con una precisione esemplare, con una dedizione commovente con una puntualità militare. A tutte le ore e in qualsiasi circostanza lei era sempre pronta a soddisfare le esigenze della clientela e anche quando il tempo col suo inesorabile trascorrere ha cominciato a scalfire la sua fibra robusta la signor a Marcella era sempre al suo posto in quell'angusto stanzino isolato nel vasto piazzale ed esposto ai rigori dell'inverno e alla canicola estiva. Era sempre là attenta, scrupolosa e gentile come fosse nata e cresciuta in quella specie di cella della quale sembrava facesse parte integrante.

Ma l'aggravarsi delle sue infermità" la costrinsero un brutto giorno a rinunciare a quel posto ove sveva trascorso gran parte della sua vita e al quale era legata da un indefinibile affetto. Ora dalla finestra della sua casa vicina, in solitudine, guarda i carichi che si avvicendano sulla «sua» pesa e sorride malinconicamente ai saluti cordiali che i vari clienti le mandano. Ma il suo è un sorriso che nasconde insieme a una grande nostalgia l'orgoglio di una vita intessuta di onestà e di giustizia per cui il suo animo rasserenato si appresta a trascorrere un lungo periodo di meritato riposo. E ' l'augurio che i soresinesi le rivolgono con tutto il cuore. 

Notizie Di Cremonesi All'estero

Il figlio di un minatore di Azzanello fa il pilota in un "pozzo della morte" - Un tornitore di Genivolta ha fatto fortuna a Stoccolma - Un petroliere di Costa Sant'Abramo lavora in Patagonia - Due fratelli di Ticengo confezionano salami casalinghi a Parigi

AZZANELLO, 6. — E' partito giorni fa dalla nostra località, diretto alla zona carbonifera di Liegi, il signor Giacomo Ziliani di 46 anni. Dal 1946, e quindi da ben 14 anni, il sig. Ziliani si trova nel Belgio in qualità di minatore. L'emigrato era tornato al paese natale verso la metà di settembre sfruttando il periodo annuale di ferie; ha così avuto modo di intrattenersi con gli amici ed i parenti ed ha narrato loro i particolari della sua esistenza all'estero, rendendoli edotti della piccola fortuna che, a furia di sacrifici e di risparmi, ha saputo farsi. I primi tempi in terra straniera furono a dir poco tremendi. Il sig. Ziliani, che aveva lasciato ad Azzanello in prudente attesa la moglie Maria Lodigiani ed i figlioletti Giancarlo, Danilo e Clementina, dovette assoggettarsi ad ogni sorta di privazioni: era alloggiato in una baracca di tipo militare ed era costretto a dei turni improbi di lavoro per strappare alle viscere della terra il prezioso minerale. Gli indigeni trattavano  poi gli italiani come se fossero degli usurpatori e Giacomo Ziliani fu più volte tentato di dare un addio alla brigata e di tornarsene al suo paese.

Lo trattenne sempre l'ottima paga che gli veniva corrisposta; onorate tutte le spese, il minatore di Azzanello riuscì infatti a mettere da parte circa 50 mila lire al mese. Fu così che, dopo meno di un anno di permanenza solitaria in Belgio, l'emigrato cremonese poteva prendere in affitto un appartamentino e pagare il viaggio alla moglie ed ai figli. La famiglia potè così ricomporsi e l'animo di Giacomo Ziliani si rasserenò. Poco tempo dopo la fortuna volle dargli una mano: infatti l'operaio che svolgeva la funzione di caposquadra andò in pensione ed i dirigenti della miniera pensarono di affidare tale compito all'ex-autista di Azzanello. La cosa comportò un notevole miglioramento nel tenore di vita del Ziliani e dei suoi familiari: infatti la paga aumentò considerevolmente, permettendo all'emigrato cremonese di realizzare un sogno che accarezzava da anni, quello cioè di costruire una casetta contornata da un orto e da un giardinetto.

Col passare degli anni, i tre figli crebbero e si fecero dei giovinetti; uno di loro, Giancarlo, svelò un carattere avventuroso oltre ogni dire: la sua passione erano soprattutto le automobili e le motociclette. Fu così che un giorno, benché sconsigliato « energicamente » dal padre, Giancarlo Ziliani si imbarcò nella sua «avventura» facendosi assumere come «inserviente» in una «troupe» che girava le fiere del Belgio e della Francia dando spettacoli con un «pozzo della morte». Quando si hanno nel sangue i bacilli dell'irrequietezza e dell'audacia, il passo tra spettatore e protagonista è uno dei più facili che si possano immaginare: fu così che pochi mesi dopo, da «inserviente» Giancarlo Ziliani divenne «pilota» ed i pubblici delle cittadine della Normandia e delle Ardenne ebbero modo di rabbrividire alle «prodezze» compiute dal giovane cremonese sul legno della parete circolare su cui passavano e passano i bolidi da lui guidati.

Giancarlo che ora ha 22 anni e afferma che quando il gruzzolo che sta mettendo da parte sarà sufficiente per comprare un «pozzo della morte» suo, allora da «pilota» si trasformerà in proprietario installandosi allo sgabuzzino della cassa a vendere i biglietti agli spettatori ed abbandonando finalmente la sua rischiosissima professione per la serenità di tutta la famiglia.

 

GENIVOLTA, 6. — Dopo diversi mesi di silenzio, sono giunte a Genivolta le notizie del tornitore Italo Canova di 43 anni che dal 1955 si trova a Stoccolma, nella Svezia, occupato come tornitore.

Nel suo scritto alla suocera, il signor Canova assicura sulle ottime condizioni di salute della moglie Zina Pezzoli e delle figlie Fulvia ed Angela e dà un quadro della sua vita: le ore lavorative sono 40 settimanali con una paga che, tradotta in valuta italiana, si avvicina alle 150 mila lire al mese. Le previdenze a favore dei due coniugi e delle figlie sono le migliori che si possano immaginare in tutti i campi. Per concludere, Italo Canova si dice certo di avere trovato nella Svezia la sua fortuna. 

 

COSTA SANT’ABRAMO, 6. — Un abitante della nostra località, il sig. Mario Tavazzi, si trova da tempo in Patagonia per motivi di lavoro,  è un dipendente dell'AGIP e fa parte del distaccamento che sta perforando il suolo di quella lontana regione fruendo di un «permesso» rilasciato dal Governo argentino alle autorità italiane.

Il sig. Tavazzi, che è con l'AGIP da una decina d'anni, ha firmato un «contratto per lavoro all'estero» della durata di 22 mesi, al termine dei quali farà il suo ritorno a Costa Sant'Abramo. Dalle lettere che l'emigrato scrive alla moglie, la signora Gentilia Manfredini, si rivela che i «petrolieri» italiani si trovano al centro di una zona desertica e che vivono in baracche appositamente costruite, in cui hanno potuto trovare posto gli alloggiamenti, la mensa, la sala di ritrovo ed il bar; il trattamento è più che ottimo ed il sig. Tavazzi ed i suoi compagni sopportano serenamente la solitudine e la lontananza dalla terra natale perchè sanno che al loro ritorno troveranno ad attenderli un buon gruzzoletto col quale potranno realizzare molti dei loro sogni.  

 

TICENGO, 6. — S e andate a Parigi e passate per caso da rue Crovette, vi capiterà una sorpresa. Al numero civico 47 vedrete infatti un edificio sulla cui parete frontale potrete leggere la seguente dicitura: «Fréres Dusi, maison des salami casalinghi cremonesi». Quell'opificio è l'espressione dell'intelligenza commerciale e dell'industriosa iniziativa di due fratelli di Ticengo che, visto che nella loro terra i salami casalinghi li approntano tutti, hanno pensato bene di offrire i gustosi insaccati anche ai buongustai della capitale francese dove, ci si assicura, fino a pochi anni or sono erano completamente sconosciuti.

Dire che i fratelli Dusi hanno fatto fortuna è un sottovalutare le cose: i due giovani di Ticengo non riescono infatti ad evadere le ordinazioni che loro pervengono quotidianamente ed hanno dovuto limitare la loro clientela ad una ristretta cerchia di negozi, sia per non dover “industrializzare” e “standardizzare” la loro azienda, che per mantenere ai prodotti la fama che fino ad oggi si sono meritata.

Il segreto del successo dei due fratelli è la “genuinità”.

03 Ottobre 2018