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Mercoledì 24 Ottobre 2018

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10 ottobre 1970

Straripamento del Bisagno
Genova cerca i suoi morti

Dopo la furia dell'acqua e il fango una polvere sottile

Straripamento del Bisagno a Genova

Quattordici le vittime accertate fino a ieri sera - Quattro sarebbero i dispersi - "Sciacalli" al lavoro - Salgono i prezzi

GENOVA, 9. — Quante le vittime? Ancora non si sa, non si può sapere. Gli ultimi dati ufficiali parlano di 14 morti identificati e di 4 dispersi. Potrebbe essere la cifra reale, ma potrebbe anche accadere che il doloroso elenco si allunghi. I feriti sono, pare, un centinaio, di cui alcuni in gravi condizioni.

La città, a 24 ore di distanza dal tragico straripamento del Bisagno, è passata dall'acqua e dal fango ad una polvere sottile, che grava sospesa a mezz'aria su tutto il centro e si vede anche da lontano. La mota, consolidatasi nel corso della notte, si è Infatti trasformata in un pulviscolo grigiastro e impalpabile, che si solleva al passaggio delle mille e mille auto in colonna fin da questa mattina.

I genovesi colpiti dall'alluvione si sono rimboccati le maniche sin da ieri pomeriggio, spalando il fango fuori dai loro negozi o dalle loro abitazioni. Gli altri hanno voluto in qualche modo esprimere la loro solidarietà andando sui luoghi dove maggiore è stata la furia del Bisagno.

I giovani, soprattutto, hanno risposto a un appello tacito e si sono recati in massa questa mattina nelle strade del centro, attorno alla stazione Brignole, per spalare il fango, per aiutare i vigili del fuoco a rimuovere le carcasse delle auto. Gli altri hanno affiancato i vigili urbani nella loro difficile opera: giovani con un fazzoletto stretto attorno al braccio per distintivo, si sono posti agli incroci, guidando il traffico stradale sempre più intenso.

Decine di migliaia di famiglie, soprattutto quelle che a abitano in collina, sono senza acqua potabile per la rottura di alcuni acquedotti, quello di Val Noci e il «De Ferrari-Galliera» soprattutto. Nella zona attorno alla stazione Brignole manca ancora l'energia elettrica. Le comunicazioni telefoniche avvengono con qualche difficoltà.

L'alluvione ha anche portato con sé alcune tristi conseguenze legate quasi fatalmente a situazioni, come questa, di emergenza. Ieri sera e nel corso della notte, «sciacalli» hanno infatti preso di mira le auto danneggiate e non ancora recuperate, spogliandole di quanto c'era di prezioso.

Le difficoltà per raggiungere Genova e quindi per fare approvvigionamento hanno frattanto provocato anche un notevole rialzo dei prezzi. Nei ristoranti della zona maggiormente colpita, il costo di un pranzo è improvvisamente aumentato anche del 50 per cento. Un piatto di pastasciutta, una bistecca e mezzo litro di vino, in una tavola calda di via Cesarea, sono stati pagati 2.500 lire. Lo stesso avviene anche per altri generi di consumo: perfino le candele sono state pagate a «borsanera». La mancanza di energia elettrica, infatti, ha colto di sorpresa molti genovesi. Agli angoli delle strade sono cosi apparsi ragazzoni che vendono candele da 50 lire a prezzi maggiorati fino a dieci volte.

Oggi tutte le scuole sono rimaste chiuse per ordine del Prefetto, e lo resteranno anche domani. La decisione è stata presa non solo per venire incontro alle famiglie colpite dall'alluvione, ma anche per permettere ai giovani di rendersi utili a fianco delle squadre dei soccorritori.

Nell'entroterra la situazione è ancora grave: Serra Riccò, Mainetto, Mele, Masone, sono isolati a causa di frane. Alcuni torrenti sono usciti dall'alveo ed hanno travolto i ponti.

Elicotteri dei carabinieri sono stati inviati sulla zona per portare rifornimenti, medicinali e generi alimentari. Squadre di soccorso sono in azione dalle prime ore di stamane per stabilire le comunicazioni. La situazione è resa più drammatica dalla difficoltà di avere notizie. In Prefettura sono giunte notizie di crolli di case, di feriti, forse di morti. Nessuna di queste notizie ha però trovato conferma ufficiale, in attesa che le squadre tornino dalle località isolate e possano fare il punto della situazione. E' forse questo il cruccio più grave dei genovesi: non sapere ancora le esatte proporzioni della tragedia: quanti morti è costata.

ROBERTO GEMMI

Questa telefoto presa da un elicottero mostra la zona dove il torrente Bisagno ha straripato 

 

Il torto è nostro
(e non della natura)
La riviera ligure è una delle regioni  più popolose d'Italia. Non basta. In essa si addensa, in certe stagioni, parte della popolazione benestante dell'alta Italia; e si tratta di gente che vive in simbiosi con l'automobile. La espansione edilizia di tutta la riviera è quindi un fenomeno che va oltre le esigenze della popolazione locale e va prendendo posizioni apocalittiche.

Ai pericoli inerenti a tale «peso» insistente su pendii scoscesi e franosi va aggiunto quello dovuto al fatto che nelle zone intensamente urbanizzate la corrivazione (cioè il convergere in uno stesso canale) delle acque di piena è molto più rapida che nelle zone boschive o agresti aventi simile originaria morfologia.

Nel caso specifico della provincia di Genova sappiamo che i corsi d'acqua sono stati per lo più costretti in vari modi tra anguste arginature e coperti, verso la foce, con solettoni di cemento per ottenere spazi urbani. E' il caso del Bisagno. Si è così giunti alla fase di arbitraria limitazione delle sezioni utili non solo in senso orizzontale, con la soppressione delle «golene», ma anche secondo la dimensione verticale.

Le grandi inondazioni avvenivano in passato nelle pianure alluvionali come conseguenza di poco frequenti piogge torrenziali di lunga durata; laddove le brevi piogge, sia pur torrenziali, non provocavano generalmente gravi danni: l'acqua trovava sfogo o giungeva presto al mare.

Oggi per l'estendersi dell'abitato, l'addensamento demografico e urbanistico e l'appesantimento di tutto l'apparato comunitario, le conseguenze di grandi piogge, sia pur brevi, sono catastrofiche nelle città situate a ridosso di sistemi montagnosi: Genova, Napoli e via discorrendo.

09 Ottobre 2018