il network

Mercoledì 24 Aprile 2019

Altre notizie da questa sezione


23 marzo 1955

La "Marsigliese" con le campane del Torrazzo per festeggiare la visita di Giuseppe Garibaldi

La vecchia Cremona che non abbiamo visto

La "Marsigliese" con le campane del Torrazzo

Quando il 23 marzo 1862  giunse al marchese Manfredo Alessandro Trecchi da parte dei fratello marchese Gaspare l'annuncio telegrafico dell'arrivo imminente di Garibaldi, la città fu in subbuglio. E l'alba del 5 aprile, trovò la cittadinanza per le strade nell'attesa ansiosa. Si sapeva che Garibaldi doveva arrivare da Casalmaggiore, così che la folla si stendeva compatta da S. Sigismondo a Sant'Agata, per un tratto di più di tre chilometri. Una folla quale s'era mai vista, e un entusiasmo che difficilmente potrebbe trovar confronto in quei tempi, in cui le visite illustri erano rare come la neve d'estate. E Garibaldi giunse alle 9, accompagnato dal capitano garibaldino marchese Gaspare Trecchi, da Nino Bixio, dal col. Nullo, dai figli Menotti e Ricciotti e da una fiera scorta di camicie rosse.

Un trionfo e un tripudio! Secondo l'usanza del tempo, la folla, avrebbe voluto staccare i cavalli dalla carrozza del generale, per trainarla a braccia sino in città; fu Garibaldi che si oppose, anche perchè, probabilmente (come il card. Borromeo del racconto manzoniano al suo primo ingresso nella cattedrale milanese) temeva di esser soffocato da quella folla. E anche Nino Bixio, che proprio non era un miracolo di pazienza, dovette temer lo stesso pericolo se, ad un tratto, sentì il bisogno di avventarsi contro un gruppo di scalmanati, allontanandoli a suon di energici scappellotti.

Basta: il corteo arriva in Palazzo Trecchi, la musica intona il fatidico inno e lo ripete, e lo ripete... Tanto che ad un certo punto il generate, infastidito, prega il marchese Trecchi di farlo cessare. Ma Garibaldi, non è che all'inizio dei suoi tormenti. Alcune bimbette del Collegio Borsa, si erano appostate lungo un passaggio obbligato e quand'egli giunge, gli si avventano addosso, lo stringono alle gambe, lo baciano, gli carezzano la barba ancora bionda, lo afferrano per le lunghe chiome. E Garibaldi fa un mirabile sfoggio di pazienza e si limita a raccomandare: «Mie care... mie care... Se continuate così, mi metterete proprio in piazza».

Poi cominciano le visite: autorità, persone in vista, borghesi, sacerdoti... A questi ultimi Garibaldi riserva un'ottima accoglienza (chi se lo sarebbe aspettato?) e rivolge, anzi, un discorsetto: «Io stimo e venero i preti come qualunque altra classe di persone, quando però siano galantuomini; ed odio gli impostori che cercano di ingannare il prossimo». Il marchese Trecchi non può a meno di commentare: «Parole d'oro, che furono applaudite da tutti gli astanti; ed i preti specialmente partirono soddisfatti di aver conosciuto quel grand'uomo delle cui idee e principii avevano una falsa opinione». Garibaldi, anzi, volle andare a trovare il Vescovo, Mons. Novasceni, che godeva fama di «prete liberale dotato di tutte le evangeliche virtù»; e l'incontro fu più ancor che cordiale ed entrambi riportarono l'uno dell'altro la più lieta impressione.

Il Condottiero, aveva chiesto dì poter salire sul Torrazzo per ammirare il panorama. A metà salita, venite fermato dal campanaro Giardini, u quale volle mostrargli il suo concerto di campane, eseguendo anche in suo onore l'inno garibaldino e la Marsigliese. Ma a metà di quest'ultima esecuzione, Garibaldi fece un cenno d'impazienza, ed esclamò: «Tralasciate di suonare quella lugubre marcia che ricorda lo eccidio di migliaia di vittime». Il ricordo di Villa Glori... Dall'alto della loggia più elevata, l'Eroe volle Osservare il paesaggio con il cannocchiale; e fissato lo sguardo verso Mantova esclamò: «Quella città ora baluardo nemico, diverrà quanto prima la nostra difesa». Scendendo, volle offrire qualcosa al campanaro, ma non trovò spiccioli e l'invitò a seguirlo in casa. Giardini rifiutò un dono ma chiese un ricordo: l'astuccio portafiammiferi che il generale teneva fra le mani.

E viene il giorno della partenza. Garibaldi deve andare a Piacenza; ma che strada seguire? «Fra gli amici di Garibaldi fu un dibattito lungo e serio, come se si trattasse di una grande mossa strategica». Finalmente, dopo una buona ora, decidono di chiamare un tecnico del Comune, il quale, naturalmente, spiega che bisogna attraversare il Po, dirigersi verso Monticelli, ecc. ecc.

«Dal canto mio, scrive il Trecchi, non potei a meno di manifestare al Generale la mia ammirazione nell'assistere a quella discussione; al che egli mi rispose: «A questo mondo ci vuole flemma, bisogna prendere gli uomini e le cose così come sono e non come dovrebbero essere...»

20 Marzo 2019