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Magnum - Life: la storia attraverso le immagini

Magnum - Life: la storia attraverso le immagini

Magnum Life è al Museo del Violino

“Se la foto non è buona, vuol dire che non eri abbastanza vicino” (Robert Capa). Queste parole riassumono l’intento della rivista Life che, attraverso i suoi reportage, permette al lettore non solo di comprendere, ma di vivere gli eventi in prima persona. Il magazine, protagonista della mostra Magnum-Life insieme all’agenzia fotografica Magnum Photos, fu fondato da Henry Luce nel 1936. Simbolo dell’American dream, la rivista si propone, attraverso gli occhi dei foto-giornalisti di Magnum, di mostrare il mondo nel modo in cui appare.

La galleria fotografica, allestita da Marco Minuz al Museo del Violino, si apre con alcuni scatti di Philippe Halsman, da quelli legati al mondo dello spettacolo (come il ritratto di Alfred Hitchcock, Muhammad Ali e Marilyn Monroe), fino ad immagini più stravaganti, tra cui quella di Salvador Dalí, immortalato in jumpology. Dai volti dei grandi artisti si passa poi a quelli degli abitanti del Bihar: Werner Bischof racconta la situazione drammatica della popolazione, allo stremo per l’impatto della carestia, scatti che avranno un forte impatto sull’opinione pubblica. Il viaggio del fotografo continua poi, nel 1950, in Corea, dove Bischof documenta le storie dei detenuti, la quotidianità nei campi di rieducazione e le proteste dei prigionieri, in modo così diretto da provocare la censura, da parte della rivista, di alcuni scatti del reportage “Prisoner’s island”.

Dalla guerra si passa poi al cinema, con le immagini di Dennis Stock, che vedono protagonista James Dean, giovane star emergente che, grazie ai suoi scatti, non solo diventerà emblema dell’attore “bello e dannato”, ma entrerà nel mito (soprattutto dopo la sua morte, avvolta da un alone di mistero, avvenuta sette mesi dopo). Il divo hollywoodiano viene immortalato nei suoi momenti più intimi, dalla visita alla fattoria in cui è cresciuto alla celeberrima passeggiata a Times Square, in cui l’attore cammina sotto la pioggia, con il volto quasi alienato. Sarà James Houston, invece, a fotografare gli sguardi di Marilyn Monroe e del regista Arthur Miller in crisi pre-matrimoniale e il sorriso ammiccante di Clark Gable. 

Si torna poi nei campi di battaglia, in Vietnam: Bruno Barbey non solo testimonia le devastazioni dovute ai bombardamenti e la difficoltà dei soldati americani di uscire dal tunnel della tossicodipendenza, ma lo fa con uno spiccato senso artistico.

La mostra si conclude con alcuni scatti di Robert Capa, che deve la sua fama alle immagini della Guerra Civile spagnola, ma soprattutto alle “magnifiche undici”, ossia le uniche superstiti dello sbarco in Normandia, al quale Capa partecipò in prima persona, rubando i suoi scatti tra le onde o nel clamore della battaglia. Ultima immagine della galleria è anche l’ultima del fotografo: essa fu realizzata in Indocina il 25 maggio 1954, pochi minuti prima della morte di Capa che, in cerca dell’angolatura perfetta per un suo scatto, incappò in una mina antiuomo che lo uccise.

La mostra sottolinea come, talvolta, le immagini siano in grado di cogliere sfumature ed emozioni che sarebbe difficile descrivere a parole.



04 Giugno 2017